Il tema della prevedibilità delle decisioni giudiziarie rappresenta oggi una delle questioni più delicate del sistema giustizia. Per anni questo concetto è stato evocato soprattutto in relazione agli effetti economici dell’incertezza del diritto: imprese straniere restie a investire in Italia, cittadini incapaci di prevedere l’esito di un processo, operatori economici costretti a confrontarsi con orientamenti spesso mutevoli. Oggi, tuttavia, il problema appare ancora più profondo, perché investe direttamente la credibilità stessa della giurisdizione e il rapporto di fiducia tra cittadino e ordinamento.
Non è un caso che il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli abbia recentemente richiamato, in un’intervista al Corriere della Sera, la necessità di garantire «una risposta giudiziaria uniforme, rispetto a fatti consimili, su tutto il territorio nazionale», ponendo al centro “certezza del diritto e prevedibilità della decisione”. Parole che fotografano una difficoltà ormai evidente: troppo spesso vicende analoghe ricevono risposte differenti a seconda del giudice, dell’ufficio giudiziario o dell’orientamento interpretativo prevalente in un determinato momento storico.
La prevedibilità della decisione non costituisce soltanto un valore interno agli ordinamenti nazionali, ma rappresenta ormai un principio riconosciuto anche dalla giurisprudenza europea. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte affermato che la legge, per poter giustificare limitazioni ai diritti fondamentali, deve possedere requisiti di accessibilità e prevedibilità. In decisioni come Karabeyoğlu c. Turchia e Matheron c. Francia, i giudici di Strasburgo hanno chiarito che il cittadino deve essere posto nelle condizioni di prevedere, con ragionevole certezza, le conseguenze dell’azione pubblica e le modalità di esercizio del potere giudiziario. Analogamente, anche la Corte di giustizia dell’Unione europea ha progressivamente valorizzato il principio della certezza del diritto quale componente essenziale dello Stato di diritto europeo.
Formalmente, nel nostro ordinamento, il precedente giurisprudenziale non ha efficacia vincolante. Eppure è altrettanto evidente che la giurisprudenza esercita una forza conformativa enorme, incidendo concretamente sulle decisioni dei giudici di merito e sulle strategie difensive. Proprio per questa ragione il legislatore attribuisce alla Corte di cassazione la funzione nomofilattica, ossia il compito di assicurare l’uniforme interpretazione della legge. Una funzione essenziale, che dovrebbe garantire coerenza e stabilità all’ordinamento.
Il problema è che oggi la sola funzione nomofilattica non sempre riesce a raggiungere questo obiettivo. Il moltiplicarsi degli orientamenti interpretativi, i frequenti contrasti tra sezioni, le oscillazioni giurisprudenziali e, talvolta, persino i mutamenti repentini di indirizzo delle Sezioni Unite finiscono per alimentare un quadro di forte incertezza. In alcuni casi la sensazione è che il diritto diventi sempre più dipendente dall’interprete e sempre meno ancorato alla prevedibilità della norma. Il risultato è una crescente difficoltà, per cittadini e operatori economici, nel comprendere quale sarà concretamente la risposta dell’ordinamento rispetto a situazioni analoghe.
È qui che emerge una contraddizione profonda. Da un lato si invoca la centralità della Corte di cassazione quale garante dell’uniformità interpretativa; dall’altro la complessità normativa, la stratificazione legislativa e la continua evoluzione giurisprudenziale rendono sempre più difficile assicurare decisioni realmente prevedibili. Eppure senza prevedibilità non esiste soltanto un problema tecnico per gli operatori del diritto: viene meno uno dei presupposti fondamentali dello Stato di diritto, cioè la possibilità per il cittadino di conoscere in anticipo le conseguenze giuridiche delle proprie condotte.
La prevedibilità non significa trasformare il giudice in un automa né comprimere l’autonomia interpretativa della magistratura. Significa, piuttosto, garantire che casi analoghi ricevano risposte ragionevolmente coerenti, evitando che il destino processuale dipenda dal luogo in cui si celebra il giudizio o dalla sensibilità del singolo interprete. È questa la vera sfida che oggi il sistema giustizia è chiamato ad affrontare.