12 May, 2026 - 15:56

Caso Unabomber, archiviata l'inchiesta aperta nel 2022: il terrorista italiano resta senza un nome

Caso Unabomber, archiviata l'inchiesta aperta nel 2022: il terrorista italiano resta senza un nome

Resta senza un volto e un nome il terrorista rinominato dai giornali "Unabomber", che dal 1993 al 2006 ha seminato il panico nel Nord-Est d'Italia, organizzando attentati con ordigni nascosti in oggetti di uso quotidiano e causando decine di feriti. A distanza di oltre trent'anni dai primi episodi, il giudice per le indagini preliminari di Trieste ha infatti archiviato il procedimento aperto nel 2022 dalla Procura, chiudendo di fatto l'ultimo capitolo del caso. A renderlo noto, l'avvocato Maurizio Paniz, difensore di Elvo Zornitta, principale indagato della prima inchiesta.

La superperizia genetica e l'inchiesta bis nel 2022

Il nuovo filone investigativo era stato aperto nel 2022 con l'obiettivo di riesaminare l'intero materiale probatorio con tecniche genetiche più avanzate rispetto a quelle disponibili all'epoca dei primi accertamenti. Undici i soggetti indagati, il cui Dna è stato confrontato con quello estratto da una serie di reperti rinvenuti sui luoghi degli attentati: peli scoperti su una bomboletta di stelle filanti, su un uovo e un tubo-bomba, oltre a tracce rilevate sul nastro isolante usato per confezionare gli ordigni e altro. 

La superperizia, discussa lo scorso ottobre, aveva dato alla fine, esito negativo: dalle analisi effettuate non erano emerse corrispondenze genetiche. Neanche con i profili di altre persone non indagate, che spontaneamente avevano acconsentito al prelievo, per un totale di 63 profili presi in esame. Da qui la richiesta della Procura di Trieste di archiviare l'inchiesta - in mancanza di un impianto accusatorio sostenibile -, accolta ora dal giudice per le indagini preliminari.

Le dichiarazioni del legale di Elvo Zornitta

Tra i primi a commentare l'archiviazione del fascicolo è stato l'avvocato Paniz, difensore di Elvo Zornitta, l'ingegnere di Azzano Decimo che era già stato indagato (e prosciolto da ogni accusa) e che sempre ha continuato a dirsi estraneo ai fatti. 

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È stato fatto questo supplemento d'indagine per verificare se alla luce delle nuove tecniche di ricerca del Dna risultava qualcosa. Un risultato che è stato totalmente negativo per Zornitta, perché non è stato trovato assolutamente nulla, come sapevamo sarebbe successo,

le dichiarazioni rilasciate a LaPresse dal legale. Che ha aggiunto: 

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L'opposizione che era stata formulata da una delle parti offese denotava una non completa conoscenza degli atti processuali perché le risposte ai quesiti erano già presenti nel fascicolo [...]. Si è chiuso in maniera perfetta, senza declaratoria di prescrizione, come avevo chiesto, anche questo ennesimo capitolo, dopo tanta e ingiustificata sofferenza di Zornitta e della sua famiglia.

Dal primo all'ultimo attentato: la lunga scia di terrore

All'Unabomber italiano - il cui nome si deve all'attività dello statunitense Theodore Kaczynski, condannato all'ergastolo per aver inviato pacchi postali esplosivi, causando 3 morti e 23 feriti - sono stati attribuiti 32 ordigni piazzati tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Il primo episodio risale all'8 dicembre 1993, giorno dell'Immacolata. Il terrorista fece esplodere una cabina telefonica a Portovecchio, frazione del comune di Portogruaro. Qualche mese dopo - era il 24 agosto 1994 - un tubo di biglie esplose durante la "Sagra degli Osei", in provincia di Pordenone. 

Da quel momento si diffuse il panico. Poi, nel 2006, a Caorle, nel Veneziano, l'ultimo attentato noto. Le piste seguite sono state diverse, ma nessuna ha portato a un'identificazione certa del responsabile. La prima inchiesta era approdata nel 2009 all'archiviazione della posizione di Zornitta.

Si era scoperto che un frammento di metallo di un ordigno esploso nel 2004, attribuito a una forbice dell'ingegnere, era stato manomesso da un poliziotto esperto in balistica del Laboratorio di indagini criminalistiche, che sarebbe poi stato condannato per falso ideologico e frode processuale. Ora la parola "fine". 

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