12 May, 2026 - 10:11

Italia ai Mondiali 2026 per ripescaggio? Tra geopolitica, regolamenti e un Paese diviso

Italia ai Mondiali 2026 per ripescaggio? Tra geopolitica, regolamenti e un Paese diviso

Italia potrebbe tornare ai Mondiali senza aver conquistato il pass sul campo? La sola ipotesi, fino a pochi mesi fa impensabile, è diventata materia di dibattito nazionale a poche settimane dall’inizio di Coppa del Mondo FIFA 2026, che si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico. Sullo sfondo c’è la crisi internazionale che coinvolge Iran e che, almeno sul piano teorico, potrebbe rimettere in discussione la presenza della selezione asiatica alla competizione.

L’idea di un eventuale ripescaggio azzurro nasce proprio da qui: se una nazionale qualificata dovesse rinunciare o venire esclusa prima del torneo, quale squadra potrebbe subentrare? È un’ipotesi che alimenta speranze tra i tifosi, soprattutto considerando il peso storico della nazionale italiana e il fatto che il torneo si svolgerà in Nord America, terra che ospita una vasta comunità di origine italiana. In molte città statunitensi — da New York City a Chicago, fino a Philadelphia — la presenza di italoamericani rende l’eventuale ritorno degli Azzurri un richiamo emotivo fortissimo.

La posizione ufficiale: nessuna scorciatoia

Le istituzioni italiane, però, hanno scelto una linea netta. Il messaggio è uno solo: ai Mondiali si va per merito sportivo. Non per eventi esterni, non per sostituzione. Le parole del ministro dello Sport Andrea Abodi hanno raffreddato l’entusiasmo: per il governo, un eventuale ripescaggio non solo appare improbabile sul piano regolamentare, ma sarebbe anche poco coerente con i valori sportivi.

Una posizione condivisa da diverse figure del calcio e dello sport italiano. Il concetto è semplice: se una nazionale dovesse essere esclusa, la sostituzione — qualora prevista — dovrebbe avvenire all’interno della stessa confederazione continentale. Nel caso dell’Iran, quindi, la soluzione naturale sarebbe una squadra asiatica, non europea.

Questo principio, oltre a rispettare gli equilibri FIFA, eviterebbe di trasformare un evento straordinario in un precedente controverso. Perché qui non si parla solo di pallone: si intrecciano diplomazia, tensioni internazionali e la gestione di un torneo globale in un momento geopolitico delicato.

Il richiamo del sogno americano

Eppure il fascino dell’idea resta. Per una generazione di italiani, il Mondiale in America richiama inevitabilmente il ricordo di Coppa del Mondo FIFA 1994: la cavalcata di Roberto Baggio, la finale persa ai rigori, il rapporto speciale con il pubblico statunitense. Un immaginario collettivo che rende il ritorno proprio negli Stati Uniti ancora più suggestivo.

Da qui anche l’interesse manifestato da figure vicine agli ambienti internazionali, come Paolo Zampolli, che ha rilanciato pubblicamente il tema, sottolineando il valore simbolico e commerciale di una nazionale come l’Italia in un torneo ospitato in Nord America. Una posizione che ha acceso il dibattito, ma che resta sul piano politico-mediatico più che su quello concreto.

Il paradosso morale

Il vero nodo, però, è un altro. Molti italiani si chiedono: avrebbe senso tornare al Mondiale approfittando dell’esclusione di un Paese coinvolto in una guerra?

Qui la discussione esce dal calcio e tocca la sensibilità collettiva. Da una parte c’è il desiderio di rivedere la nazionale sul palcoscenico più grande dopo anni di assenza. Dall’altra emerge un sentimento diffuso: qualificarsi così, senza averlo meritato sul campo e per giunta in un contesto drammatico per un altro popolo, rischierebbe di lasciare un’ombra pesante sull’eventuale partecipazione.

È un punto che ha trovato riscontro anche nell’opinione pubblica. La maggioranza degli italiani, secondo i sondaggi emersi nelle ultime settimane, appare contraria. Non tanto perché non desideri vedere la nazionale ai Mondiali, quanto perché il percorso conta quanto il risultato. E una partecipazione ottenuta per vie indirette verrebbe percepita da molti come una sconfitta culturale prima ancora che sportiva.

Cosa può accadere davvero

Sul piano pratico, la FIFA continua a ribadire che l’Iran parteciperà al torneo. Gianni Infantino ha confermato più volte che la squadra sarà regolarmente presente. Le interlocuzioni diplomatiche e organizzative proseguono, e le richieste avanzate dalla federazione iraniana sembrano orientate a ottenere garanzie logistiche e di sicurezza, non a rinunciare.

Questo rende il ripescaggio dell’Italia, al momento, uno scenario remoto. Più una suggestione che una prospettiva reale. Ma il solo fatto che se ne discuta così tanto racconta il rapporto speciale tra gli italiani e la nazionale: una ferita ancora aperta dopo due Mondiali saltati, e il desiderio quasi irrazionale di rivedere la maglia azzurra là dove conta.

Un Paese che sorprende sé stesso

Forse l’aspetto più interessante è proprio questo: l’Italia del tifo, spesso passionale e disposta a tutto pur di vincere, stavolta sembra fermarsi. Una parte ampia del Paese sembra dire che il Mondiale senza qualificazione non vale il prezzo simbolico da pagare.

Ed è quasi un paradosso. Nel Paese delle polemiche arbitrali infinite e delle discussioni da bar, emerge una forma di rigore etico che sorprende. Come se, dopo tante delusioni, fosse maturata una consapevolezza: per tornare grandi non basta esserci. Bisogna meritarselo.

Per questo il dibattito resta aperto, ma la sensazione è che, anche se l’occasione dovesse presentarsi, la questione dividerebbe più di quanto unirebbe. E forse proprio qui sta il significato profondo di questa storia: non il ripescaggio in sé, ma il fatto che l’Italia, per una volta, sembri voler difendere il valore della qualificazione conquistata sul campo più del sogno di un biglietto regalato.

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