La raccolta firme per rivedere la normativa sulla cosiddetta tassa etica è già partita da qualche giorno.
Chi si ribella a questo balzello ha messo online anche un sito pensato per lo scopo e molti esponenti più o meno noti del mondo dell'hard sono scesi persino in piazza per protestare contro la tassa che, a loro dire, potrebbe mettere in ginocchio nel volgere di pochi mesi l'industria del porno italiano.
Molti creator di OnlyFans hanno fatto sentire la loro voce a Roma davanti alla sede del ministero delle Imprese e del Made in Italy e a Napoli in occasione dell'apertura del Comicon.
Non ci stanno a vedere le loro attività fortemente penalizzate dal fisco.
Ma cosa è successo?
Perché proprio ora il mondo a luci rosse italiano, quello che, soprattutto dalla pandemia ha cominciato a fare affari sul web, è sul piede di guerra contro il governo Meloni?
Il governo Meloni si trova a fronteggiare la protesta del mondo del porno italiano.
Ma a cosa si fa riferimento quando parliamo di tassa etica?
In pratica, a un'addizionale del 25% che si applica ai redditi derivanti dalla produzione e distribuzione di contenuti pornografici che si somma alla tassazione ordinaria.
Il paradosso è che questa addizionale vale per tutti i creator di contenuti, indistintamente da quanto guadagnano, e poi che non è stata partorita dall'attuale governo.
La tassa etica è vecchia già di oltre vent'anni.
La sua data di nascita, infatti, è da far risalire al 2005, molto prima del boom delle piattaforme di sesso online.
All'epoca, fu un'altra coalizione di centrodestra, quella capitanata da Silvio Berlusconi a mettere a punto la tassa che in origine voleva andare a colpire anche i contenuti del mondo della cartomanzia e dei videogiochi violenti.
Nel tempo, però, la tecnologia si è incaricata di cambiare destinatario della tassa.
Molte case di produzione di contenuti per adulti hanno lasciato l'Italia, ma nel nostro Paese è rimasta la platea dei creator di OnlyFans, tanto per citare una piattaforma, a poter garantire un gettito considerevole.
Come dire: lo Stato si è accorto che la ciccia, ora, sta lì.
Così, alcuni mesi fa, l'Agenzia delle Entrate ha esteso l'imposta ai content creator di OnlyFans, anche a quelli con una Partita Iva a regime forfettario. Ed è per questo che si è scatenato il malcontento generale.
Lo Stato ha voluto colpire i redditi provenienti dalle piattaforme a sfondo sessuale.
Sennonché, tra imposte sul reddito, commissioni da dare alle piattaforme e nuova addizionale, a conti fatti, i guadagni di chi ha reso un lavoro mostrare il proprio corpo in video più o meno piccanti sono fortemente penalizzati, anche del 25%.
Ora: in realtà, secondo alcune stime, l'80% dei creator guadagna già di per sé poco.
E c'è da dire che OnlyFans trattiene già il 20% su ogni transazione, su ogni abbonamento che il creator riesce a generare per il proprio profilo.
Per questo l'interpretazione estensiva della tassa etica data dall'Agenzia delle Entrate metterebbe definitivamente a tappeto chi ha creduto di avere una fonte di guadagno assicurata con un basso investimento.
Uno dei volti della protesta è senz'altro quello di Valentina Nappi. Insieme ai Radicali Italiani e a Più Europa, l'ha messa così:
Quando la protesta si è spostata sotto al ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso, il grido di battaglia è stato questo:
In più, in quell'occasione, c'è stata anche Giulia Pastorella, vice presidente di Azione, un altro partito che si batte per la cancellazione della tassa etica:
hanno affermato Debora Striani e Irene Zambon, coordinatrici della campagna Stop Tassa Etica.