11 May, 2026 - 07:00

Stabilicum, la legge che doveva blindare il governo è diventata lo specchio della sua fragilità

Stabilicum, la legge che doveva blindare il governo è diventata lo specchio della sua fragilità

Mercoledì 6 maggio, ora di pranzo, Palazzo Chigi. Spigola al forno, niente vino. Giorgia Meloni convoca Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi per un'ora e mezza di lavoro sulla legge elettorale. Esce la formula di rito: si va avanti, si dialoga con l'opposizione, si limeranno alcuni dettagli. Resta in piedi tutto il resto, e cioè il fatto che dopo oltre due mesi dal deposito del testo, lo "Stabilicum" è ancora un cantiere in cui ogni alleato porta una pietra diversa. Salvini la chiama "tirare dritti". Tajani la chiama "ascoltare le opposizioni". Meloni la chiama "scongiurare il pareggio". Tre frasi, tre traduzioni del medesimo problema: la coalizione non sa più, oggi, se conviene davvero approvarla.

Il pareggio e l'ombra di Marina

Il tarlo è nei numeri. L'ultima Supermedia AGI/YouTrend del 23 aprile assegna al campo largo il 45,3% e al centrodestra il 44,9%: scarto di quattro decimali. Il sondaggio Pagnoncelli per il Corriere del 1° maggio fa di peggio: anche includendo Roberto Vannacci nella coalizione di governo, il centrodestra si ferma al 46,1% contro il 46,6% del fronte progressista. Sorpasso, per la prima volta. Su questo tappeto si muove Marina Berlusconi. La presidente di Fininvest ha smentito al Foglio le voci di sabotaggio, "non tifo per il pareggio", salvo aggiungere nello stesso colloquio che "occorre una riflessione per valutare se la legge favorisca più il centrosinistra o il centrodestra". L'Unità del 7 maggio scrive che la fronda di Forza Italia, "su diretta spinta di Gianni Letta e della stessa Marina Berlusconi, è molto meno favorevole alla riforma di quanto possa ammettere". L'Espresso parla apertamente di un "partito del pareggio". Il calcolo, raccontato da chi frequenta Mediaset, è semplice: se il centrodestra non vince con un meccanismo di stabilità, lo Stabilicum diventa il regalo che il governo Meloni fa al Nazareno. Meglio un Parlamento appeso, dove Forza Italia torna ago della bilancia, dove si rinegozia il Quirinale, dove riemerge il nome di Mario Draghi, ricevuto a casa Berlusconi nel settembre 2024 con Letta presente. Dentro Forza Italia c'è chi lo dice senza giri di parole. Letizia Moratti, da Porta a Porta: «Se si perde noi avremmo più guai della Meloni: Fratelli d'Italia diventerebbe il partito egemone della coalizione e a noi spetterebbe al massimo il ruolo di vassalli».

Il rebus Vannacci

Roberto Vannacci ha lasciato la Lega e fondato Futuro Nazionale. Pagnoncelli lo dà al 4,1%, altri sondaggi sopra il 4. Pagella Politica certifica che il nuovo partito ha eroso quasi mezzo punto a Fratelli d'Italia e oltre un punto a Salvini, lasciando il Carroccio al 5,8%, minimo storico. Qui scatta il paradosso. Tenerlo fuori dalla coalizione significa quasi certamente perdere: senza il 4% di Vannacci il centrodestra non arriva al 43%. Tenerlo dentro significa fargli un favore enorme: lo legittima come terzo polo della destra, gli regala un gruppo parlamentare costruito sul filorussismo e sull'opposizione agli aiuti a Kiev, gli consegna un pezzo di voto sovranista che in coalizione torna utile ma in prospettiva svuota Lega e Fratelli d'Italia da destra. Tajani, Maurizio Gasparri e Lupi hanno già chiuso la porta in faccia a Futuro Nazionale, definendolo incompatibile con il perimetro della coalizione. Vannacci, da parte sua, ripete che corre da indipendente. Solo che senza i suoi voti la legge nuova è inutile, e con i suoi voti diventa il cavallo di Troia che Forza Italia teme di più. La stessa Moratti lo ha messo per iscritto: «Forza Italia non può allearsi con lui. Rischierebbe di perdere pezzi».

Tutti gli altri nodi

Sotto la formula della "compattezza" il vertice di Chigi ha lasciato fuori porta tre questioni vere. Le preferenze: Meloni e Lupi sono disposti a reintrodurle con un emendamento, Tajani e Salvini non vogliono sentirne. I listini bloccati: Forza Italia chiede di accorciarli o eliminarli, la Lega li difende perché lì pesa il radicamento dei suoi territori. La soglia di sbarramento al 4%: Salvini la firmerebbe a occhi chiusi, salvo poi rischiare di restare fuori dal Parlamento se Vannacci non si ferma. E poi l'incognita Consob, dove Forza Italia mantiene il veto sul leghista Federico Freni, che si trascina come segnale del clima. Il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano, ha detto al Sole 24 Ore che la maggioranza è aperta su come distribuire il premio. Gli sherpa torneranno a riunirsi tra lunedì e martedì. La premier vorrebbe il primo sì alla Camera entro l'estate e il blindaggio al Senato a settembre, magari con la fiducia. Solo che il calendario non aiuta: il 3 settembre il governo Meloni diventerà il più longevo della storia repubblicana, e la riforma elettorale, da rivendicazione di forza, rischia di trasformarsi nel termometro della sua fragilità. Sostanzialmente la legge che doveva blindare la maggioranza è diventata lo specchio in cui ognuno conta i propri voti, e si chiede se davvero conviene metterli a rischio.

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