Forse sarebbe decisamente troppo facile attribuire la nascita del conflitto tra Israele e il popolo palestinese alla guerra dei sei giorni, lo scontro lampo avvenuto nel giugno 1967. La verità è che le radici dell’attuale genocidio in Palestina hanno cominciato a radicarsi già alla fine della prima guerra mondiale, con la lenta immigrazione dei sionisti a Gerusalemme. E sarebbe altrettanto ingenuo credere che all’inizio gli ebrei arrivarono in Terra Santa col proposito di convivere pacificamente con la popolazione locale. L’obiettivo è sempre stato chiaro: impossessarsi del territorio per creare uno Stato ebraico, cacciando chi ci viveva già di diritto. Risiede proprio qui il punto cruciale di questa guerra feroce quanto illecita; nessuno può impossessarsi di un luogo, tanto più se per farlo ci si arroga la libertà di uccidere e distruggere.
Adesso immaginate di avere 12 anni e di non aver mai visto il mare dal vivo, se non quello fatto di fame e miseria. Pensatevi ancora troppo piccoli per capire come funzioni il mondo, ma di conoscere già molto bene la rabbia che parte dalla pancia davanti a un’ingiustizia insopportabile. Immaginate di essere cresciuti in una baracca in mezzo ai campi e di sapere che con buona probabilità il futuro non vi riserverà nulla o poco più. Così, un gesto semplice come fare un bagno immersi nelle acque calde del mare, può diventare un desiderio da sognare intensamente ogni notte. È questa la storia di Khaled (Muhammad Gazawi), il protagonista del nuovo film del regista israeliano Shai Carmeli-Pollak, intitolato The Sea.
Khaled è un dodicenne orfano di madre, terzo di quattro figli, che vive insieme al padre e alla nonna paterna a Ramallah, in Cisgiordania. Da sempre sogna di vedere il mare e la sua grande occasione pare essere finalmente arrivata. La scuola che frequenta è riuscita a organizzare una gita a Tel Aviv per i bambini della sua classe, a patto che tutti posseggano un permesso firmato per poter entrare in Israele. Ma quando il pullman arriverà ai controlli, il permesso di Khaled risulterà non valido e verrà costretto a scendere, mortificato dinanzi ai suoi amici. Deciso a raggiungere la spiaggia a ogni costo, all’alba del mattino successivo scapperà, avventurandosi clandestinamente verso la capitale israeliana.
The Sea è stato presentato in anteprima, a settembre 2025, agli Ophir Awards di Israele, dove ha ricevuto il premio come Miglior Film. Ed è qui che è nata un’accesa polemica internazionale. Il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar, dopo la premiazione, ha criticato aspramente l’opera, ritenendola atta a screditare l’esercito di Israele e di essere troppo schierata a favore dei palestinesi. Biasimando anche la giuria degli Ophir Awards per aver premiato la pellicola, ha poi minacciato drastici tagli ai finanziamenti pubblici destinati al cinema e alla cerimonia nazionale. Pur non vietandone ufficialmente la distribuzione nelle sale, la palese minaccia è risuonata in tutto il mondo come un atto di censura.
Ma se tutto ciò non rappresentasse l’ennesima ingiustizia da parte di uno Stato illegittimo, The Sea avrebbe avuto la stessa risonanza? Io credo di no. Per quanto non si tratti di un lungometraggio scadente, il suo limite principale risiede nello sviluppo narrativo poco graffiante, che trova pathos soltanto sul finale. Manca una direzione ben definita e, invece, si sviluppa lungo un percorso confuso, come quello affrontato da Khaled. E, in realtà, è fin troppo delicato nei riguardi della feroce oppressione sionista. Impossibile, comunque, non pensare alla sorte toccata da decenni al cinema iraniano e che potrebbe abbattersi anche su quello israeliano. Chi legittima uno Stato a privare gli altri popoli, e anche il proprio, della libertà? Il punto è questo: ogni regista dovrebbe avere la facoltà di girare e distribuire un film, che sia bello o brutto. Opere come The Sea sono fondamentali a prescindere dalla loro riuscita, per mantenere viva l’attenzione sul genocidio in Palestina. Senza voto.