06 May, 2026 - 18:01

L’addio di Madia e il ritorno dell’ombra lunga di Renzi sul campo largo. Le manovre sotterranee: Salis, le “primarie delle idee” e il risiko centrista

L’addio di Madia e il ritorno dell’ombra lunga di Renzi sul campo largo. Le manovre sotterranee: Salis, le “primarie delle idee” e il risiko centrista

Altro che passaggio di casacca: qui siamo davanti a un segnale politico con il neon acceso. L’uscita di Marianna Madia dal Partito Democratico e il suo approdo in Italia Viva rimettono al centro della scena il convitato di pietra del centrosinistra: Matteo Renzi.
Una mossa che sa di ritorno all’ovile ma anche di avvertimento politico: nel “campo largo” evocato da Elly Schlein, il fattore renziano non è un optional. È la variabile che può far saltare il banco o riscrivere le regole del gioco.
Madia non è una qualunque: quattro legislature, ex ministra nei governi Renzi e Gentiloni, una che conosce il Palazzo come le sue tasche. Il suo addio è un messaggio in codice ma neanche troppo: il Pd rischia di perdere pezzi proprio mentre prova a costruire una coalizione larga. E senza i riformisti, quel progetto rischia di restare uno slogan buono per i convegni.


Schlein avvisata: senza i riformisti non si va da nessuna parte


La segretaria dem lo ripete da mesi: da soli non si vince. Ma il punto è con chi e soprattutto a quali condizioni. L’ingresso di Madia nella galassia renziana rafforza l’idea che esista una “Casa riformista” pronta a pesare, eccome, nelle trattative.
Renzi, dal canto suo, non fa nulla per nascondere le ambizioni. Punta a percentuali che possano trasformarlo da comprimario a kingmaker. E soprattutto insiste su una linea garantista e liberale che mal digerisce le derive più movimentiste del campo progressista, in particolare quelle vicine al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.
Tradotto: il campo largo sì, ma alle condizioni dei riformisti. Altrimenti ognuno per sé e buona fortuna.


Le manovre sotterranee: Salis, le “primarie delle idee” e il risiko centrista


Dietro le quinte si muove molto più di quanto si dica in pubblico. Le “primarie delle idee” lanciate dall’area renziana non sono un semplice laboratorio: sono un tentativo di costruire una classe dirigente alternativa. Da amministratori come Beppe Sala fino a pezzi di società civile, il messaggio è chiaro: il riformismo vuole contare.
E poi c’è il sogno, neanche troppo nascosto: lanciare una figura nuova, come Silvia Salis, per sparigliare le carte nella corsa a Palazzo Chigi. 
L’arrivo di Madia, in questo schema, è benzina sul fuoco. Rafforza la credibilità del progetto e manda un segnale agli indecisi nel Pd: la porta è aperta.


Il fattore Calenda: spettatore o escluso eccellente?


E mentre Renzi si muove, Carlo Calenda resta alla finestra. Il leader di Azione continua a colpire a destra e a sinistra, criticando tanto Schlein quanto Conte. Una linea coerente, certo, ma che rischia di trasformarsi in isolamento politico.
Il problema è semplice: nel momento in cui il campo progressista dovesse trovare una sintesi – magari proprio attorno a un asse Pd-riformisti – Calenda potrebbe ritrovarsi fuori dai giochi. E a quel punto, più che ago della bilancia, diventerebbe spettatore di una partita giocata da altri.


Un mini terremoto che può cambiare tutto


L’addio di Madia è solo l’inizio o un caso isolato? Questa è la domanda che agita i corridoi del Nazareno. I malpancisti non mancano, ma il salto non è facile: lasciare il Pd oggi significa scommettere su un progetto ancora in costruzione.
Eppure il segnale è partito. E arriva in un momento delicatissimo: il campo largo è ancora un cantiere aperto, senza un programma definito e con leadership in competizione silenziosa.
Nel frattempo, Renzi lavora ai fianchi, costruisce, tesse relazioni. Senza fare troppo rumore, ma con un obiettivo chiarissimo: tornare decisivo.
Perché alla fine, nel grande romanzo del centrosinistra, c’è sempre un personaggio che rientra dalla porta laterale e si prende la scena. E stavolta, quell’ombra lunga, porta ancora il nome di Matteo Renzi.

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