Gli Stati Uniti passano dalle parole ai fatti e danno inizio al progressivo ritiro delle truppe americane dalla Germania: il segretario della Difesa Usa, Pete Hegseth, ha ordinato il ritiro di 5000 soldati (su un totale di 39mila unità) da completarsi entro i prossimi sei-dodici mesi.
Sempre ieri, sabato 2 maggio, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato e rilanciato:
"Ridurremo drasticamente, e taglieremo molto più di 5.000 soldati".
Nei giorni scorsi il tycoon americano ha minacciato il ritiro delle truppe americane anche in Italia e Spagna.
Il Pentagono nel frattempo ha spiegato che la decisione di ridurre le truppe nelle basi tedesche si inserisce in "un'attenta revisione della presenza delle forze del Dipartimento in Europa", dettata da "esigenze operative e condizioni sul campo".
Parole che fanno temere l'allargamento del piano di ridimensionamento - in un futuro prossimo - anche ad altri Stati europei tra cui l'Italia.
Come ha evidenziato Stefano Stefanini, senior advisor dell'Ispi ed ex ambasciatore alla Nato, a preoccupare è soprattutto il messaggio politico ovvero che "la difesa dell'Europa non è più una priorità degli Usa".
Un segnale politico chiaro in una fase di crescente tensione con la Russia, che secondo i report dei servizi segreti di mezza Europa starebbe valutando la possibilità di un conflitto con la Nato una volta conclusa la guerra in Ucraina.
L’Italia potrebbe essere il prossimo Paese coinvolto nella revisione della presenza militare statunitense decisa dall’amministrazione Trump. Dopo il via libera al ritiro dei soldati Usa dalla Germania, Washington non esclude infatti misure analoghe anche per le basi presenti sul territorio italiano.
Nei giorni scorsi il presidente statunitense, rispondendo alle domande dei giornalisti, aveva aperto alla possibilità di ridimensionare la presenza militare americana nelle basi italiane. L'Italia - secondo Trump - non avrebbe aiutato gli Stati Uniti nella guerra con l'Iran.
"L'Italia non ci ha dato nessun aiuto", aveva dichiarato il presidente Usa spiegando le ragioni della sua valutazione.
Attualmente nel nostro Paese ci sono circa 13 mila militari americani dislocati nelle numerose basi Nato italiane.
In ambito Nato l'Italia rappresenta un avamposto strategico fondamentale per il controllo del Mediterraneo e un ridimensionamento della presenza militare Usa potrebbe essere interpretato come una minore priorità strategica della Casa Bianca verso tale area.
Sul fronte diplomatico, intanto, è in programma per la prossima settimana (giovedì 7 e venerdì 8 maggio) una visita del segretario di Stato americano, Marco Rubio, a Roma con una serie di incontri istituzionali tra Vaticano e governo.
A renderlo noto il Corriere della Sera secondo il quale Rubio dovrebbe incontrare il segretario di Stato Pietro Parolin, i ministri di Esteri e Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto e non si esclude anche un faccia a faccia con la premier Giorgia Meloni.
L’obiettivo della missione sarebbe quello di ricomporre le frizioni nei rapporti bilaterali tra Stati Uniti, Italia e Vaticano, dopo le polemiche seguite agli attacchi del presidente americano a Papa Leone XIV.
Dichiarazioni che la premier Meloni aveva definito “inaccettabili” e che avevano provocato una dura reazione da parte di Trump, contribuendo a irrigidire ulteriormente il quadro diplomatico.
La presenza militare statunitense in Italia non è finalizzata principalmente alla difesa diretta del territorio nazionale da minacce immediate, quanto piuttosto alla proiezione di forza nel Mediterraneo, al controllo delle aree più instabili — dal Nord Africa al Medio Oriente — e al supporto delle capacità di risposta rapida della NATO.
In questo quadro, un’eventuale riduzione dei contingenti USA non implicherebbe una diminuzione diretta della sicurezza dell’Italia, ma comporterebbe una minore presenza di forze pronte a intervenire rapidamente nella regione.
Ne deriverebbe, soprattutto, un indebolimento dell’effetto deterrente rispetto a crisi esterne che possono avere ricadute indirette sul Paese, come flussi migratori, minacce terroristiche o instabilità energetica.
È in questa prospettiva che si inseriscono le valutazioni dell’ex ambasciatore NATO Stefano Stefanini, secondo cui il vero nodo non sarebbe tanto militare quanto politico. Un eventuale ridimensionamento della presenza americana in Europa — e in Italia — rischierebbe infatti di essere interpretato come un segnale di disimpegno da parte degli Stati Uniti, con possibili ripercussioni sull’equilibrio dell’Alleanza Atlantica, soprattutto nei confronti della Russia.
Si tratterebbe, aggiunge Stefanini, di ''una frattura all'interno dell'Alleanza atlantica'' che va ''a tutto beneficio della Russia''. Perché ''più debole è l'Alleanza atlantica, più la Russia si sente imbaldanzita e quindi capace di tentare nuove avventure, oltre a quella già in corso con l'Ucraina''.
Il dibattito si inserisce in un quadro più ampio di tensioni tra Washington e alcuni partner europei. Il tema del ritiro o della riduzione delle truppe viene letto come un possibile elemento di frizione, in particolare con la Germania, mentre per Paesi come Italia e Spagna lo scenario resta ancora incerto.
Lo stesso Stefanini invita tuttavia alla cautela: una riduzione degli effettivi, sottolinea, è cosa ben diversa dalla chiusura delle basi, ipotesi che al momento non risulta sul tavolo.
E rispetto alle dichiarazioni politiche di insoddisfazione, anche nei confronti di Italia e Spagna, l’ex ambasciatore invita a non trarre conclusioni premature: