Oggi si criticano molto i cattivi moderni: sembra sempre che nei sequel e nei remake si voglia giustificare il fatto che il cattivo è... semplicemente cattivo.
Meryl Streep non è d'accordo però con questa critica e, anzi, preferisce le nuove produzioni che lasciano spazio alla psicologia del villain, sempre più stufa dei "cattivi di plastica".
Lo spiega con una delle sue più potenti armi: Miranda Priestly, con la quale ha fatto a pezzi, e con grande eleganza, l'idea di quel personaggio tutto incastrato nel ruolo da antagonista sempre da odiare, senza troppe sfumature caratteriali esplicite.
Ebbene, durante un'intervista a "Hits Radio Breakfast Show's", ha spiegato:
Fare riferimento alla Marvel è soltanto un modo un po' estremo utilizzato dall'attrice per fare un esempio di film che ben suddivide gli schieramenti morali.
(Se si vuole indagare bene, non è nemmeno troppo calzante, prendendo in esame personaggi complessi e moralmente oscuri come Thanos, il cattivo per eccellenza, o Loki, che è stato con la serie anche più esplorato di quanto non ci si aspettasse) Ma abbiamo capito il succo.
Il succo è che Streep si ritiene completamente distante dalla semplificazione cinematografica in cui da una parte ci sono gli eroi puri e dall'altra i supervillain caricaturali. E c'è in mezzo una meravigliosa zona grigia che ha reso un'icona sia Miranda Preastly sia tanti altri affascinanti villain del cinema.
I personaggi migliori sono quelli che non sai se amare o detestare, dice apertamente Streep: la vita è interessante quando gli eroi sono difettosi e i cattivi sono umani, contraddittori, magari persino attraenti. Ed è esattamente quello che succede con Miranda, ancora oggi. Ma cosa si vede ancor più chiaramente nel secondo film?
In "Il diavolo veste Prada 2" Streep interpreta una Miranda sicuramente diversa, spogliata di alcune certezze, nonostante sia ancora molto consapevole delle proprie qualità, della sua esperienza e del suo potere. Ci vengono mostrate meglio quali sono le difficoltà, mentre nel primo film si osservavano soltanto gli ostacoli di Andy.
Miranda deve fare i conti con un'industria cambiata, con un mondo della moda che macina "visionari" e li trasforma in meri "venditori". Lo sguardo è lo stesso, il contesto no. E questo cambia tutto anche per la resa del personaggio perché, in questo sequel tornano, forse anche più visibili rispetto all'originale, i momenti di vulnerabilità.
Quella famosa scena in hotel, con Miranda struccata in lacrime, e senza la sua solita armatura, esiste perché la stessa Streep voleva "vedere la donna dietro la corazzata".
Ci sono quindi realizzazione, perdono, riconciliazione, reclamazione, come aveva anticipato Emily Blunt parlando del film, ma è chiaro che siano tutte logiche che ci portano lontanissimo dalla classica trama in cui è importante "sconfiggere il cattivo" arrivati alla fine della pellicola.
E poi c'è il tema più scomodo: l'ambizione femminile. Streep fa notare anche che "Il diavolo veste Prada" non sarebbe stato letto allo stesso modo se Miranda fosse stata un uomo. Un boss maschio spietato viene spesso celebrato come una sorta di genio, un leader freddo e visionario. Una donna che fa le stesse identiche cose diventa immediatamente "la strega", "il diavolo" della commedia: non che non se lo meriti, sia chiaro, ma semplicemente è da osservare che se riduci tutto a buoni e cattivi, i personaggi femminili complessi finiscono quasi sempre dalla parte sbagliata della barricata e sono etichettati "male", senza possibilità di sviluppo.
Miranda, comunque, non è decisamente un modello, ma non può essere considerata nemmeno troppo negativamente, per come ci viene presentata nel sequel. È il prodotto di un sistema che proprio lei alimenta e al tempo stesso subisce e quindi, nel secondo film, un po' patisce il karma e le conseguenze dei suoi metodi abusanti che vediamo nel primo film, per i quali ci rimette a livello reputazionale, un po' ci mostra anche delle conseguenze naturali allo scorrere del tempo che come leader la fanno partire in svantaggio.
Infatti la vediamo invecchiare (anche lavorativamente non soltanto anagraficamente), cedere terreno ad altri personaggi, provare a cambiare le regole di un gioco che l'ha resa potente ma comunque anche attualmente infelice.
E quanto è tossico (seppur reale) il discorso quando si rende conto di non avere niente nella sua vita se non il suo lavoro?
Se si vuole essere precisi, poi, in questo film non è nemmeno proprio Miranda il villain, ma una visione al cinema può dire sicuramente di più, senza che si cada proprio qui totalmente negli spoiler.