30 Apr, 2026 - 12:58

"Il Diavolo veste Prada 2": perché la trama è meno glamour, ma più attuale

"Il Diavolo veste Prada 2": perché la trama è meno glamour, ma più attuale

Il sequel che nessuno sapeva di volere arriva vent'anni dopo, e forse la sorpresa più grande è il fatto che questa volta le sfilate e gli abiti da sera, il dover lavorare giorno e notte per affrontare un capo equiparabile a un mostro, non sono il fulcro del film. “Il diavolo veste Prada 2”, diretto da David Frankel, sceglie una strada diversa: meno concentrazione sul dover essere perfette, belle, con capi firmati a ogni costo, e più scrivanie sgombre, discorsi sul lavoro, redazioni in crisi. Il mondo scintillante di “Runway” c'è ancora, certo, ma c'è sempre qualcosa da perdere. Anche i pilastri iniziano a essere messi a dura prova.

(Per analizzare bene il film, è quasi impossibile non  "inciampare" in qualche spoiler).

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Cosa cambia in Il Diavolo Veste Prada 2: crisi e mondo del lavoro

Se il primo capitolo ci aveva fatto innamorare (o odiare) della cultura workaholic portata all'estremo, questo sequel cambia totalmente la prospettiva. Andy non deve correre più per New York con caffè bollenti in mano né si fa umiliare per un posto in prima fila alla Fashion Week. Adesso, se si sbraccia da una parte all'altra della città è per raggiungere dei veri traguardi di carriera.
Quando si apre il film, infatti, vediamo che è una giornalista affermata, con le spalle larghe e la consapevolezza di una persona che ha già dato tutto per una carriera. Dopotutto, ha già vent'anni d'esperienza, dai tempi della prima pellicola.

Ma il film non parla davvero di lei: parla di tutti quelli del settore, del giornalismo che crolla, delle redazioni smantellate, dei tagli al budget che favoriscono gli spazi pubblicitari a scapito delle storie che contano.

Il settore editoriale del 2026 è in ginocchio, e il film non ha paura di dirlo. E il sequel affronta l'erosione del giornalismo come carriera sostenibile e il modo in cui viene minimizzato prima di essere completamente sacrificato.
È una lettera d'addio, o almeno sembra all'inizio, a un mondo che non esiste più, ma che, in ogni caso, vale la pena salvare. Ed è proprio questo scontro tra vecchia e nuova generazione, tra chi crede nel valore delle storie e chi vede solo numeri su un foglio Excel, a dare forma alla trama di base.

Il Diavolo Veste Prada 2: c'è una storia d'amore?

Una delle scelte più coraggiose, forse, considerando il genere “commedia a New York” con delle donne protagoniste, è che gli uomini restano ancora di più sullo sfondo e non ci sono praticamente intrecci amorosi.
L'assenza totale di una storyline romantica elaborata è ancora più evidente rispetto al primo film. Niente triangoli amorosi, niente crisi sentimentali e niente fidanzati trascurati o molto discussi come il famoso Nate, ex fidanzato della nostra Andrea.
Il focus resta sulle donne e sul loro rapporto con il lavoro e, ora più che mai, con l'ambizione, l'eredità professionale che si tramandano. Miranda e Andy non sono più capo e assistente: sono due facce dello stesso mondo, lavorano insieme e si ritrovano a dover collaborare e difendere ciò che è loro più caro.

Emily Blunt, invece, torna nei panni di Emily, forse ancora un po' insicura ma cresciuta, pronta a prendersi quello che (crede) le spetti, mentre gli uomini sono spesso di supporto alle donne, nonostante ce ne sia uno più antagonista degli altri. (Ma non spoileriamo troppo.)

Più vicino alla realtà, meno al red carpet?

Alla fine, “Il diavolo veste Prada 2” resta scintillante quanto il primo in apparenza, ma forse è proprio questo suo lato critico il suo punto di forza. Racconta un'industria che cambia, un lavoro che non garantisce più nulla, donne che non hanno bisogno di un principe azzurro per sentirsi complete. È un film che parla al presente, alla nostalgia e, forse, anche a qualche speranza per il futuro.

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