È possibile essere omosessuali e, al contempo, credere in Dio? Ci si può sentire davvero rappresentati e liberi di professare il proprio credo religioso se si è attratti dallo stesso sesso? Questo è un dilemma del quale si parla poco, come se si desse per scontato che l’omosessualità appartenga a una categoria composta soltanto da esseri umani degenerati, dediti alla dissolutezza e al peccato. Come una setta di satanisti, adoratori del demonio. E questa è un’eredità culturale che abbiamo mantenuto nei secoli, che ci deriva dal racconto della distruzione di Sodoma e Gomorra, contenuto nella Genesi.
Se è vero che le principali religioni vietano le unioni carnali tra individui appartenenti al medesimo genere sessuale, è però altrettanto vero che la fede è un istinto che può provare chiunque. Ma se il cattolicesimo, in tal senso, sta tentando di allentare un po’ le briglie, l’Islam rimane ancora duramente attaccato alle tradizioni conservatrici.
Nel 2020 la scrittrice francese di origini algerine Fatima Daas ha pubblicato il romanzo autobiografico La più piccola (La Petite Dernière). L’opera drammatica è l’esordio letterario dell’autrice, che, per la prima volta, ha parlato al pubblico del processo di scoperta e accettazione della propria omosessualità, affrontato verso la fine dell’adolescenza. L’aspetto che la critica ha trovato più interessante è la forma, composta da frasi brevi e ripetitive, che spesso iniziano con: “Io mi chiamo Fatima”, in uno stile ossessivo, che fa trasparire il flusso di coscienza della protagonista, quasi in maniera liturgica.
Forse la componente più importante del libro è il conflitto esistenziale vissuto da Fatima, che la vede tormentata e divisa tra il desiderio di vivere la propria sessualità e il bisogno di continuare a professare la religione islamica. Di questo soggetto l’attrice e regista francese Hafsia Herzi, di origini algerine e tunisine, ha fatto un film omonimo, scrivendone anche la sceneggiatura.
Fatima (Nadia Melliti) ha diciassette anni e sta per terminare il liceo. Vive con le sorelle e i genitori algerini in un quartiere popolare nella provincia parigina. Poco prima di diplomarsi, Fatima comincerà ad avvertire una certa curiosità romantica nei riguardi delle donne. Iscrivendosi sotto falso nome a una app di incontri, sperimenterà il mondo del sesso. Ma, essendo musulmana, si ritroverà afflitta dal pensiero di dover scegliere tra la fede e il suo orientamento sessuale.
Suddiviso in quattro stagioni, che rappresentano il processo di maturazione e consapevolezza di Fatima, il terzo lungometraggio di Hafsia Herzi a livello narrativo non si sofferma su riflessioni esplicite, quanto piuttosto sulle immagini, che raccontano, in modo quasi silenzioso, la crescita di un forte dilemma identitario. L’attrice Nadia Melliti, al suo primo ruolo, sia cinematografico che da protagonista, è stata premiata alla 78ª edizione del Festival di Cannes con il Prix d'interprétation féminine come miglior attrice in concorso.
Quel che della pellicola non ha convinto alcuni critici è lo stile essenziale e spoglio scelto dalla regista, a differenza del romanzo, che è caratterizzato da un’enfasi concitata. Io, invece, nel complesso l’ho trovato un buon film. L’unica cosa che non ho apprezzato sono state le scene erotiche troppo spinte, sicuramente non calzanti con la sessualità acerba e inesperta di un’adolescente. Mi hanno ricordato l’esagerazione di quelle in La vita di Adele (2013).
Piccola parentesi, segnalo che in questi giorni al cinema c’è un altro bellissimo film che racconta l’universo dell’omosessualità femminile: Love Me Tender, ispirato dal romanzo autobiografico di Constance Debré. Per La più piccola, 3,5 stelle su 5.