In “Euphoria 3” si parla tanto (e per molti forse anche troppo) di sex work, e lo si fa un po' in tutte le salse. Il terzo episodio della terza stagione della serie di Sam Levinson ci ha introdotti al ruolo di Jules, l'amore storico di Rue, interpretata da Hunter Schafer, che in questa versione della serie, dopo cinque anni sulla linea del tempo dall'ultima stagione, ha un nuovo lavoro e, insieme a questo, una doppia vita nel mondo del sesso “a tempo pieno”, impacchettata in una confezione ultra‑cinematografica che chiede di essere guardata e, forse, anche messa in discussione.
Dopo il salto temporale, la serie ci mostra Jules all’accademia d’arte, tutta assorta mentre dipinge i suoi quadri nel super attico (che non è il suo), mentre è presa dai dubbi su un eventuale futuro da pittrice. È l’amica Vivian a spingerla verso il sex work: “vai a un appuntamento, vedi che succede”. Da lì parte un montaggio molto chiaro in cui ci vengono mostrati sempre appuntamenti con uomini più grandi, sempre ricchi e prestigiosi, un po' con delle fissazioni maniacali, nascosti dalle loro famiglie, uno dopo l’altro.
Dal 48enne che vuole solo toccarsi guardando le sue calze, al produttore da 200 milioni, fino al “finance guy” che la vuole sotto la scrivania, Levinson insiste su queste figure in cui paradossalmente sembra proprio Jules quella che viene pagata profumatamente e che ha pure il controllo della situazione.
Un'ombra più inquietante e un'aria di svolta la respiriamo quando ci viene presentato Ellis, il chirurgo plastico, che diventa il suo cliente più assiduo e che la sistema in un attico, mentre Jules abbandona l’arte per fare, di fatto, la escort esclusiva con lui.
È sex work a tutti gli effetti, ma raccontato più per immagini che per definizioni vere e proprie che possano darci un'immagine realistica dei fatti: la serie non usa mai etichette tecniche. Sentiamo un unico termine.
Nel linguaggio comune, il percorso di Jules viene descritto nella serie come quello di una sugar baby: giovane, bella, economicamente precaria, sostenuta da un uomo più grande e ricco che copre affitto, spese, stile di vita in cambio di compagnia e sesso.
Nelle testimonianze raccolte da organizzazioni e in articoli di testata, come Fight the New Drug, Nordic Model Now!, o NZ Herald, lo sugar dating viene spesso descritto come molto meno romantico di quanto suggeriscano i siti di incontri: una forma di sex work non regolamentata, con forti squilibri di potere e rischi per la sicurezza delle ragazze coinvolte.
Resta un rapporto di potere sbilanciato, dove chi paga detta tempi e condizioni e spesso confonde intimità con possesso.
Studi e articoli sul lavoro sessuale insistono su tre parole che in “Euphoria” si sentono poco: sicurezza, contrattazione, denaro concreto (tariffe, limiti, protezioni). Gli stessi media che adorano raccontare sugar baby in attici con vista tendono a evitare la parte sporca: la gestione del rischio, le pressioni psicologiche, la necessità di reti di supporto e di diritti, che invece emergono spesso nelle testimonianze di chi fa sex work nella vita reale.
In ogni caso, era solo un'introduzione quella vista nella terza puntata: il lavoro di Jules finirà per degenerare?
L’episodio 3 spinge al massimo questi paradossi: da un lato c'è Ellis che è il cliente ideale per Jules perché è ricco, colto, con casa da sogno; dall’altro, è un uomo che letteralmente incarta Jules nel cellophane e commenta il suo corpo come un esperimento clinico e si sente Dio in terra: un uomo inquietante.
La regia accompagna questi momenti cquasi sempre con musica trionfale, luci morbide, ci mostra inquadrature che quasi fanno diventare una scena oggettivamente disturbante in un tableau estetico. Sembra quasi di assistere a una performance d’arte contemporanea.
Critiche internazionali, a partire da Elle, rimproverano a Sam Levinson proprio questo: un’ossessione per il sex work e la degradazione femminile che spesso sembra più compiaciuta che davvero critica. Non è tanto che la serie “promuova” il lavoro sessuale, quanto che lo usi sempre come set di immagini fortissime e “glamour”, “accattivanti”, senza fermarsi davvero sulle condizioni materiali che lo rendono possibile: soldi, legge, trauma, mancanza di alternative.
Ancora troppo presto per criticare?