28 Apr, 2026 - 10:13

USA, Iran e Israele: Dio da che parte sta?

USA, Iran e Israele: Dio da che parte sta?

I contrasti fra l’amministrazione Trump e la Santa Sede erano iniziati già con il pontificato di Francesco I, l’argentino Jorge Mario Bergoglio, su questioni sensibili come quelle dell’immigrazione. Già in quell’occasione l’allora cardinale Robert Francis Prevort si era espresso in modo netto, prendendo posizione contro certe dubbie interpretazioni dottrinali del vicepresidente Vance. Con il pontificato di Leone XIV le tensioni si sono estese, soprattutto con l’attacco israeliano e americano all’Iran: una guerra non dichiarata, ma combattuta nei cieli e nel mare, una guerra tutt’ora in corso. I motivi di contrasto, a partire dall’attacco americano e israeliano, hanno riguardato la stessa legittimità/utilità della guerra per risolvere i contrasti fra i popoli; in seconda istanza la giustificabilità di una guerra come quella in corso. Ne parliamo con il prof. Enrico Ferri, che insegna Filosofia del Diritto e Storia dei Paesi Islamici all’Unicusano e che nel corso degli anni ha anche dedicato diversi studi ed iniziative scientifiche alle interrelazioni fra ebrei, cristiani e musulmani.

D) Prof. Ferri, il conflitto in corso fra USA, Israele e Iran ha assunto anche una dimensione filosofica e teologica poiché la parti in conflitto, in particolare USA ed Israele, affermano di combattere in nome del Bene contro il Male e di avere una sorta di legittimazione divina, mentre da parte della Santa Sede e dello stesso Pontefice si ripudia la guerra come mezzo per risolvere le controversie, negando che possa diventare uno strumento al servizio del Bene.

R) Stati Uniti e Israele si presentano come i paladini della democrazia, della Civiltà, dell’Occidente e di un ordine internazionale giusto dove i potenziali nemici di questi valori non dovrebbero avere la possibilità e la capacità di metterli in discussione. Si sentono legittimati ad operare in tal senso non solo per una presunta autorità morale, ma anche e soprattutto perché sono in grado di mettere in campo una notevole forza militare e, nel caso degli USA, anche economica. La pretesa di avere una sorta di consenso divino, seppure espressa con modalità spesso grossolane e fumettistiche, è anche il tentativo di dare un ulteriore attestato di legittimità alla guerra. Una visione che potremmo riassumere in questi termini: “Stiamo combattendo l’Iran in nome della democrazia, della sicurezza, di una pace non minacciata. Anche Dio è dalla nostra parte”.

D) Non sembrano, però, aver assunto una posizione favorevole alla guerra la Chiesa Cattolica e Papa Leone XIV.  

R) La posizioni di quella che nei primi secoli della Cristianità era chiamata la Grande Chiesa e poi la Chiesa Cattolica Apostolica Romana non sono state sempre univoche. Il messaggio propriamente evangelico annuncia l’amore verso ogni forma di vita, in prima istanza l’altro uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, il Padre comune. Questo amore non conosce confini: il messaggio evangelico spinge anche ad amare i propri nemici: “diligite inimicos vestros”. La Chiesa temporale a volte ha giustificato forme di conflitto, come quello definito “Bellum iustum”, guerra giusta, nel caso si potesse configurare come una reazione e una difesa contro un’aggressione. Ma nel corso dei secoli sono state giustificate sul piano dottrinario anche guerre finalizzate a diffondere il Cristianesimo. Basti vedere l’ambigua posizione che la Chiesa ha avuto in passato nei confronti del colonialismo europeo.  Questa ambiguità è venuta meno in epoca contemporanea, con una netta condanna della guerra, vista come radicale negazione del messaggio evangelico di fratellanza, ma pure in quanto strumento del tutto inadeguato e fallimentare per fondare una convivenza stabile e giusta.  

D) La questione della guerra, come prima quella dell’immigrazione, rinvia al tema fondamentale in ambito teologico ma pure sociologico, filosofico e psicologico, quello del rapporto con l’altro. Per il Cristianesimo la risposta è l’amore, Dio stesso è identificato con l’Amore.  Ma anche su questo tema, J. Vance, ha assunto una posizione critica rispetto alle posizioni della Santa Sede, durante il pontificato di Francesco I, chiamando in causa Agostino d’Ippona e la teoria dell’ “ordo amoris” secondo la quale, semplificando, non tutti gli uomini sono meritevoli allo stesso modo del nostro amore. È cosi?

R) Secondo questo improvvisato teologo di scuola trumpiana [J. Vance, ndr] Agostino d’Ippona con la dottrina dell’“ordo amoris” avrebbe offerto argomenti a favore della politica trumpiana di forte contrasto all’immigrazione. Agostino avrebbe sostenuto che noi amiamo con maggiore o minore intensità in funzione della maggiore o minore prossimità: sarebbe naturale, pertanto, amare più un famigliare o un membro della nostra comunità che uno straniero, essere più attenti quindi a tutelare un nostro concittadino rispetto ad un estraneo, uno straniero appunto.

D) È corretta questa lettura dell’ “ordo amoris” di Sant’Agostino?

R) No, per almeno per due motivi, uno di metodo e l’altro di sostanza. Per comprendere il senso dell’amore nel cristianesimo non serve riferirsi ad alcuni passaggi de “La città di Dio” (XV,22) o al nono capitolo del libro tredicesimo de “Le Confessioni”. Agostino non innova ma riprende la consolidata dottrina della Chiesa che discende direttamente dal Vangelo e che distingue forme di amore che hanno diversa dignità, ad esempio l’ “amor sui” e l’ “amor dei”, l’amore di sé deprecabile quando si consuma nel meschino egoismo e viene anteposto all’amore di Dio che sta a fondamento di ogni forma di amore “buona”, cioè ben riposta. L’altra questione è di tipo ermeneutico, in altre parole Vance per sostenere una tesi di fatto anti-evangelica distorce il pensiero del Teologo di Ippona.  Agostino nel “De Civitate Dei” in realtà parla de “la virtù come ordine dell’amore”, in altri termini sostiene che un cristiano virtuoso sa amare nel giusto modo, distinguendo ciò che è degno di amore in modo incondizionato, cioè Dio, da forme di amore legate alla contingenza ed alla finitezza.   

D) Quindi Agostino non stabilisce una gerarchia fra diversi tipi di umanità degni di forme di amore più o meno intenso, ad esempio un amico e uno straniero?

R) Agostino nel “De Civitate Dei” parla dell’amore sensuale sollecitato da “la bellezza dei corpi”, ma descritto come “bene più piccolo in quanto legato al tempo ed alla carne”. Questo amore, sebbene legittimo perché “la bellezza dei corpi è certamente opera di Dio”, diviene cattivo se anteposto a Dio “bene eterno, interiore, senza fine”. Il male, pertanto, in quest’accezione è visto come fuoriuscita dal giusto ordine che altera lo stesso equilibrio della persona. “Ciò che è fuori dal debito ordine è instabile”, leggiamo ne “Le Confessioni”. Nella “Gaudium et Spes” si dice che “l’oblio di Dio rende opaca la creatura stessa” (par.36)

D) Sia Papa Francesco che l’allora cardinale Prevost replicarono direttamente o indirettamente a Trump lasciando da parte Agostino e riaffermando il messaggio originario e imprescindibile del Cristianesimo.

R) Proprio così, Francesco ricordò che l’amore cristiano “costruisce una fratellanza aperta a tutti”, mentre Prevost condivise su X un articolo di una rivista cattolica con un esplicito titolo: “J:D: Vance ha torto: Gesù non chiede di classificare il nostro amore per gli altri”. Vance confonde quella che per il Cristianesimo è una naturale gerarchia, che fonda un “ordo amoris” fra il Creatore e la Creatura e la trasferisce sul piano interumano, dove per il cristiano non esiste una gerarchia, ma solo “la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini” e il conseguente invito alla fratellanza e alla solidarietà.

D) Se questa interpretazione dell’ “ordo amoris” di Agostino fosse quella corretta, cosa ne discenderebbe in termini di politica immigratoria?

R) Che respingere le persone in stato di bisogno, sofferenti ed indifese, è una pratica che in nessun modo si può giustificare con la dottrina cristiana. Che poi sul piano della realtà storica i cristiani di varie confessioni siano stati ripetutamente assai poco in linea con l’annuncio evangelico è un’altra questione. Occorre ricordare anche che già nell’enciclica di Giovanni XXIII, la “Pacem in Terris” del 1963, si parla in modo esplicito di un “diritto alla libertà di movimento” e di un “diritto di immigrare”.

D) Ci sono state recentemente dichiarazioni di Trump, di Vance e di altri membri dell’attuale amministrazione ostili al Papa, al quale si è rimproverato di intromettersi in questioni di natura politica e militare e di non attenersi esclusivamente alla dimensione morale, per un altro verso di non comprendere che un Iran con il nucleare potrebbe minacciare l’Europa e la stessa Italia. Vance ha perfino accusato il Papa di una scarsa conoscenza della dottrina della Chiesa, che a suo dire ammetterebbe anche guerre lecite.

R) Sono aspetti diversi, seppure convergenti, su questioni dove esiste una vasta documentazione che si è formata nel corso dei secoli, se non dei millenni. Un evento che ha ridefinito le posizioni della Chiesa nel mondo contemporaneo è stato il Concilio Vaticano II ed una serie di documenti come la “Gaudium et Spes” ne hanno ripreso e divulgato le posizioni. In essi si ribadisce una tesi che, a partire dalla predicazione evangelica, è alla base del Cristianesimo: la fede in Cristo non è atto puramente interiore e personale, ma deve tradursi costantemente in amore verso il prossimo ed informare tutte le sfere della vita: dalla politica all’economia, dalle relazioni sociali a quelle internazionali. Nella “Gaudium et Spes”, ad esempio, si dice che “la dissociazione fra fede e vita quotidiana è fra i più gravi errori del nostro tempo”

D) È però indiscutibile che la dottrina della “Guerra giusta”, che stabilisce quando sia legittimo, persino doveroso, combattere sia stata nel corso dei secoli condivisa dalla stessa Chiesa Romana. Non è così?

 R) Si, almeno in parte, ma non bisogna dimenticare che Vance ha fatto riferimento a tale dottrina per giustificare l’attacco all’Iran.

D) Per l’attuale amministrazione Trump, per gli Israeliani e non solo, l’Iran fornito di armi nucleari potrebbe rappresentare una grave minaccia, che va contrastata in modo preventivo. Lei non concorda con questa interpretazione che renderebbe legittima una reazione di tipo militare, una “guerra giusta”, appunto?

R) Questa teoria è stata elaborata e discussa in tempi in cui si combatteva con le spade, gli archi e le frecce. Il Bellum Iustum sarebbe stato tale solo se acceso per reagire ad un’offesa o comunque per una giusta causa. Inoltre avrebbe dovuto evitare danni alle popolazioni civili e agli innocenti o a infrastrutture come scuole ed ospedali. Con le armi di distruzione di massa, con i massicci bombardamenti aerei sulle città, con il tentativo di distruggere le infrastrutture dello stato nemico che la guerra moderna ha visto come prassi ricorrente, tale costruzione teorica è diventata assai fragile. Di fatto la dottrina cattolica da tempo non utilizza più questa teoria per tracciare un discrimine tra tipi più o meno legittimi di guerra. Nella ricordata enciclica “Pacem in Terris”, ad esempio, si sostiene piuttosto che sia necessario prevenire la guerra e ridurre gli armamenti e che per costruire “la vera pace” sia necessario fondarla sulla “reciproca fiducia”

D) Vance, però, replicando a Leone XIV, secondo il quale i cristiani non possono stare dalla parte di chi sgancia bombe, ha sostenuto che Dio stava dalle parte degli Americani quando sono sbarcati in Normandia e quando hanno liberato i reclusi di Auschwitz.

R) Una deduzione assai pericolosa con la quale si rischia di portare Dio dove si vuole, spesso quasi automaticamente dalla parte del più forte, del vincitore. Sarebbe interessante chiedere a Vance Dio da che parte stava quando i nazisti eliminavano milioni di ebrei? A Stalingrado era schierato con l’Armata Rossa, in Vietnam con i Vietcong e in Afghanistan con i Talebani?

D) Lasciando da parte la teoria della guerra giusta, lei pensa che Americani ed Israeliani non abbiano giustificazioni per quanto hanno intrapreso?

 R) Non si può scatenare una guerra sulla presunta percezione di un futuro possibile pericolo, senza nessun mandato internazionale, per autonoma decisione. Nello Studio Ovale della Casa Bianca non c’è il Tribunale del Mondo presieduto da un giudice monocratico che è pure il Padrone di casa. Questo tribunale non esiste da nessuna parte, tanto meno alla Knesset. 

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