27 Apr, 2026 - 08:00

Protocollo Italia-Albania: quando la realtà smentisce l’ideologia

Protocollo Italia-Albania: quando la realtà smentisce l’ideologia

C’è un dato che dovrebbe riportare il dibattito sull’immigrazione dentro i confini della realtà: il Protocollo Italia-Albania è compatibile con il diritto dell’Unione europea. Non è una posizione politica, ma il contenuto delle conclusioni dell’Avvocato generale presso la Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha chiarito come gli Stati membri possano adottare misure organizzative e logistiche in materia di rimpatrio e asilo, purché siano pienamente garantiti i diritti dei migranti.

Eppure, anche di fronte a questo dato, il dibattito pubblico continua a muoversi su un piano diverso, dove la realtà giuridica viene piegata a esigenze ideologiche e dove ogni scelta in materia migratoria viene immediatamente trasformata in terreno di scontro.

La vicenda è nota: due migranti, già destinatari di provvedimenti di espulsione in Italia, vengono trasferiti in un centro in Albania. Durante la permanenza presentano domanda di protezione internazionale. Seguono nuovi decreti di trattenimento trasmessi alla Corte d’appello di Roma per la convalida. Tuttavia, i giudici negano la convalida, ritenendo la normativa nazionale incompatibile con il diritto dell’Unione. Da qui il ricorso in Cassazione e il rinvio pregiudiziale alla Corte di Lussemburgo.

È esattamente in questo passaggio che emerge il punto critico. Infatti, Perché ancora una volta si assiste a un cortocircuito tra livelli diversi: quello politico, che definisce le strategie di gestione dei flussi migratori; quello legislativo, che traduce queste scelte in norme; e quello giudiziario, chiamato a interpretarle.

Quando però la valutazione di compatibilità europea viene anticipata in sede giudiziaria sulla base di letture restrittive o, peggio, ideologiche, il rischio è quello di svuotare di contenuto l’azione dello Stato. Il risultato è una paralisi decisionale che non giova a nessuno: né ai cittadini, né ai migranti, né alla credibilità delle istituzioni.

Le conclusioni dell’Avvocato generale segnano invece un punto fermo: il diritto dell’Unione non impedisce agli Stati membri di individuare soluzioni organizzative innovative, anche attraverso accordi con Paesi terzi, per la gestione delle procedure di asilo e rimpatrio. Ciò che conta è che queste soluzioni siano accompagnate da garanzie effettive, concrete e non meramente formali.

Ed è qui che il dibattito dovrebbe spostarsi. Non sul “se” sia possibile adottare strumenti come il Protocollo Italia-Albania, ma sul “come” questi strumenti vengano attuati. Il vero tema non è bloccare ogni iniziativa in nome di un presunto primato dei diritti, ma verificare che quei diritti siano realmente rispettati.

Continuare a negare questa evidenza significa alimentare una narrazione che non regge più. Significa sostenere che qualsiasi tentativo di governo dei flussi sia, di per sé, illegittimo. Significa, in definitiva, rinunciare a una politica migratoria.

C’è poi un ulteriore profilo che merita attenzione. Quando le scelte politiche vengono sistematicamente rimesse al vaglio giudiziario, e quando il giudice finisce per sostituirsi al legislatore nella definizione delle regole del gioco, si crea uno squilibrio che incide sulla stessa tenuta del sistema democratico. 

In ultima analisi non si tratta di limitare il ruolo della magistratura, ma di ricondurlo entro il suo perimetro fisiologico. Il controllo di legalità non può trasformarsi in un sindacato sulle scelte politiche, soprattutto quando queste trovano un fondamento nel diritto europeo.

Il parere dell’Avvocato generale, in questo senso, rappresenta un richiamo alla realtà. Ricorda che il diritto dell’Unione non è un ostacolo, ma uno strumento. E che gli Stati hanno il dovere – prima ancora che la facoltà – di utilizzarlo per governare fenomeni complessi come l’immigrazione.

Il vero problema, allora, non è il Protocollo Italia-Albania. Il problema è l’incapacità di accettare che esista una via legale, europea e legittima per affrontare la questione migratoria.

E finché continueremo a confondere il diritto con l’ideologia, non sarà l’Europa a essere in crisi. Saremo noi.

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