Il deficit italiano nel 2025 si ferma al 3,1% del Pil, quindi, ancora al di sopra della soglia del 3% imposta dall'Ue per uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo.
Il dato più atteso della giornata è arrivato puntuale poco dopo le 11 di questa mattina, confermando i timori della vigilia in via XX Settembre. Il governo attendeva con attenzione questi numeri, consapevole che avrebbero avuto ripercussioni dirette sulle scelte di politica economica dei prossimi mesi,
Il rapporto deficit/Pil è sceso dello 0,3% avvalorando il racconto di Palazzo Chigi sul lavoro di risanamento dei conti pubblici, ma tre anni di lavoro non sono ancora stati sufficienti a portare il Paese fuori dalla procedura.
Nei prossimi 12 mesi l'Italia sarà ancora osservata speciale di Bruxelles, non una buona notizia anche alla luce della difficile congiuntura economica causata dalla crisi nel Golfo Persico.
Questo significa anche che la prossima legge di bilancio sarà con ogni probabilità più prudente di quanto politicamente desiderabile, soprattutto considerando che si tratterà dell’ultima prima delle elezioni del 2027.
Secondo quanto riportato nei dati ufficiali, nel 2025 l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato pari a 69,381 miliardi di euro, equivalenti appunto al 3,1% del Pil. Si tratta di un miglioramento rispetto al 2024, quando il deficit si attestava al 3,4%, ma non sufficiente a riportare il Paese sotto la soglia chiave fissata dalle regole europee.
Il miglioramento è stato di circa 4,4 miliardi di euro su base annua, segnale di un graduale consolidamento dei conti pubblici. Un dato particolarmente significativo riguarda il saldo primario — ovvero il bilancio dello Stato al netto della spesa per interessi — che torna positivo allo 0,8% del Pil, migliorando di 0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Questo indica che, al netto del peso del debito, le entrate pubbliche superano le uscite.
Resta tuttavia rilevante il peso degli interessi sul debito, stabile al 3,9% del Pil. Un livello elevato che continua a riflettere l’ampiezza dello stock di debito accumulato negli anni. A fine 2025, infatti, il debito pubblico italiano ha raggiunto i 3.095,888 miliardi di euro, pari al 137,1% del Pil. Il rapporto è cresciuto di 2,4 punti percentuali rispetto al 2024, segnalando che, nonostante il miglioramento del deficit, il peso complessivo del debito continua ad aumentare.
In questo contesto, il superamento — anche se minimo — della soglia del 3% mantiene automaticamente l’Italia all’interno della procedura europea per deficit eccessivo. Una condizione che implica monitoraggio rafforzato e richieste di aggiustamento strutturale dei conti pubblici.
Il 3,1% non è solo un numero: è una soglia politica oltre che economica implicazioni politiche ed economiche del dato sono rilevanti.
La permanenza nella procedura Ue comporta infatti un vincolo diretto sulla prossima legge di bilancio (l'ultima prima delle elezioni politiche del 2027) che il governo avrebbe voluto fosse espansiva, dopo tre manovre in cui si è dovuto contenere la spesa.
Bruxelles potrebbe richiedere misure correttive aggiuntive per riportare il deficit sotto il 3% in modo stabile, accelerando il percorso di rientro. Questo potrebbe tradursi in tagli alla spesa, revisione delle agevolazioni fiscali o interventi sul lato delle entrate.
In uno scenario del genere, imporre un consolidamento fiscale rigido rischierebbe di amplificare gli effetti negativi: da un lato si comprimerebbe la domanda interna, dall’altro si lascerebbe meno spazio a eventuali interventi pubblici per attenuare l’impatto di nuovi shock energetici.
Proprio per questo, l’ipotesi di una richiesta europea troppo aggressiva nei confronti dell’Italia appare meno probabile rispetto al passato. È più realistico attendersi un approccio graduale: Bruxelles potrebbe continuare a chiedere un percorso credibile di rientro, ma distribuendolo su più anni e lasciando margini di flessibilità, soprattutto se il contesto internazionale dovesse peggiorare.
Questo non significa che la pressione sull’Italia verrà meno. Al contrario, il tema della credibilità resta centrale. I mercati e le istituzioni — inclusa la Banca Centrale Europea — guardano alla capacità del Paese di mantenere una traiettoria coerente di riduzione del deficit e stabilizzazione del debito. Ma tra disciplina e rigidità c’è una differenza sostanziale: la prima è compatibile con la crescita, la seconda rischia di soffocarla.
Sul piano politico, il dato rischia di alimentare il confronto tra le forze di maggioranza e opposizione. Da un lato, l’esecutivo potrà rivendicare un percorso di riduzione del deficit; dall’altro, le critiche si concentreranno sull’incapacità di uscire dalla procedura europea e sull’aumento del debito.