Che nel santuario della Madonna della Bozzola, a Garlasco, sia accaduto qualcosa di sconveniente è un fatto acclarato ormai da anni.
Nel 2014 il cittadino rumeno Flavius Savu, avvalendosi della complicità di un connazionale, ha posto in essere un’estorsione a sfondo sessuale nei confronti dell’allora rettore del santuario, Don Gregorio Vitali. I termini della minaccia erano i seguenti: se l’uomo di chiesa non avesse elargito 250.000 euro ai due ragazzi, alcuni video che lo ritraevano mentre consumava rapporti sessuali con loro sarebbero stati diffusi. Nel 2018 divenne definitiva la condanna a 5 anni per estorsione aggravata nei confronti di Savu. Il ragazzo (che curiosamente era difeso dallo stesso Massimo Lovati, poi divenuto legale di Andrea Sempio sul caso Poggi) ne approfittò per far perdere le proprie tracce. Divenne latitante. È stato individuato in Svizzera e arrestato soltanto nel settembre del 2025.
Probabilmente sperando in un ridimensionamento della pena, Savu ha dichiarato di essere in possesso di informazioni rilevanti in merito al delitto di Garlasco. Ascoltato in Procura, è stato tuttavia ritenuto non attendibile. E questo è il momento in cui è calato il sipario su ogni tentativo di intessere un fil rouge tra gli scandali sessuali del santuario e il fatto di sangue avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007.
Eppure il sottofondo spettrale e gotico dell’edificio religioso è stato citato a più riprese, negli scorsi mesi, come sede di presunti reati e clamorose indecenze di cui la povera Chiara Poggi potrebbe essere venuta a conoscenza. A irrobustire questa ricostruzione, oggi sconfessata dagli stessi investigatori, vi erano alcune ricerche informatiche in merito al fenomeno della pedofilia, che Chiara avrebbe compiuto poco prima di essere assassinata.
Anche prima dell’ufficiale passo indietro della Procura, era facile individuare alcune criticità a proposito del supposto legame. Infatti il reato compiuto da Flavius Savu, e i piaceri in cui Don Gregorio amava indulgere, nulla avevano a che spartire con la pedofilia. Ma la convinzione che soggiaceva all’idea per cui la ventiseienne fosse stata assassinata perché in possesso di informazioni sensibili a proposito delle attività del santuario, è la medesima convinzione che contraddistingue molti dei dibattiti (o dei “sermoni”, in alcuni casi”) che siamo abituati ad ascoltare giornalmente in tv o sui social: l’omicidio di Chiara Poggi è stato premeditato.
C’è poi un altro fattore, di notevole suggestione, che ha rinforzato l’idea del delitto premeditato: almeno tre persone, tra cui un agricoltore della zona, avrebbero notato le luci accese a casa di Mariuccia Galli, nonna di Chiara Poggi, nella notte compresa tra il 12 e il 13 agosto del 2007. Un fatto, questo, che molti reputano anomalo, considerando che la signora Galli in quel periodo era ricoverata in ospedale a causa di un infortunio stradale.
Nella fase delle indagini in cui ci troviamo adesso, inondati da un’isteria mediatica con pochi precedenti, è arduo vagliare l’attendibilità dei suddetti testimoni. È possibile che abbiano fatto confusione con le date, ma è anche possibile che le luci fossero effettivamente accese.
“Chi si nascondeva a casa di Mariuccia Galli?” ci si domanda, “Forse una congrega criminale, composta da persone che Chiara Poggi conosceva bene, intente a elaborare gli ultimi passaggi del piano delittuoso che avrebbe dovuto portare alla morte della ragazza?”.
Insomma, ci troviamo ancora una volta di fronte a un flusso di interrogativi del tutto legittimo, forse persino utile sul pano investigativo. Ma perdersi nei meandri delle domande e delle riflessioni che postulano la premeditazione dell’omicidio, non deve far passare in secondo piano il cumulo di elementi, e di inferenze logiche, che sembrano invece indicare il carattere impulsivo, improvvisato, e isterico del crimine.
Innanzitutto abbiamo l’orario mattutino dell’evento: che l’omicidio sia avvenuto poco dopo le 9.12, come suggerito dall’ultima disattivazione dell’allarme del villino, oppure tra le 9.30 e le 11.00, come alcuni rilievi autoptici paiono indicare, è curioso che la presunta combinazione criminale di assassini abbia scelto proprio questa parte della giornata per passare all’azione.
Tutti sapevano che Chiara Poggi si era trattenuta a Garlasco con il preciso intento di non lasciare solo il fidanzato durante la stesura della sua tesi di laurea. Quindi, come potevano gli assassini escludere di imbattersi in Chiara e Alberto una volta entrati in casa? In questa eventualità, erano pronti a eliminare entrambi?
Abbiamo poi l’arma del delitto: uno o più oggetti contundenti mai identificati. A mio avviso è poco credibile che ci si attrezzi in questo modo per compiere un delitto premeditato. Molto più utile e pratico, avendo la possibilità e il tempo di scegliere, sarebbe portare con sé un’arma da taglio, in grado di neutralizzare nell’immediato la vittima designata, e di eliminare ogni possibilità di lotta, tentativi di difesa e colluttazione.
Infine, tra i vari elementi che ancora si potrebbero citare, faccio riferimento alla nota bicicletta notata fuori dal villino dei Poggi dalla vicina di casa Franca Bermani intorno alle 9.10.
Data per scontata la buona fede della signora Bermani, che non sembrerebbe aver avuto valide ragioni per mentire e depistare le indagini, da tale avvistamento si dipartono due ipotesi: la bicicletta era effettivamente poggiata al cancello del villino, ma diverse ore prima che l’omicidio avesse luogo. Potrebbe dunque non avere alcuna correlazione con il fatto di sangue. Se così fosse, è però anomalo che nessun residente di Garlasco negli anni si sia fatto avanti per dichiarare: “Quella biciletta è mia, ma io non c’entro niente con il delitto”.
In alternativa, valutiamo l’ipotesi per cui la bicicletta sia stata effettivamente usata dall’autore (o dagli autori) del crimine per raggiungere l’abitazione e compiere il delitto premeditato. A questo punto dobbiamo chiederci: perché lasciarla proprio lì, in bella vista, e non a una maggiore distanza? Se gli assassini conoscevano Chiara Poggi, non sarebbe stato più ragionevole chiederle di lasciare il mezzo di trasporto all’interno del giardino, e non all’esterno, affinché non venisse notato?
Se, al contrario, il proprietario della bici (chiunque egli fosse) l’ha lasciata lì quando ancora non aveva deciso di uccidere la giovane, allora i dubbi si appianano e gli interrogativi si ridimensionano. Concludo sottolineando che, al di là del nodo assai problematico della premeditazione, è la stessa idea del “delitto in concorso” a essere al momento destituita di ogni fondamento certo, o anche solo probabile. Nessuna perizia o consulenza è stata in grado di collocare più di un aggressore sulla scena del crimine. Se tale aggressore si chiamasse Alberto Stasi, Andrea Sempio, o se avesse ancora un altro nome, speriamo che sia il futuro delle indagini a dircelo.
Ci auguriamo che, o nel senso della conferma o nel senso della smentita, la corposa relazione del RIS di Cagliari depositata lo scorso settembre possa gettare una definitiva luce di chiarezza in merito alla quantità di persone presenti in casa al momento del misfatto.