18 Apr, 2026 - 08:51

Il relativismo soggettivo la vera frattura del “racconto del passato”

Il relativismo soggettivo la vera frattura del “racconto del passato”

Mai come oggi appare necessario porre al centro della riflessione sociale una ragionevole istanza di Pensiero che si evidenzia come decisamente imprescindibile. Ovvero l’analisi sociologico-etica sull’individualismo esasperato quale meccanismo distruttivo del racconto anteriore. È opportuno fondare il ragionamento induttivo sullo studio della perdita dei legami familiari di tipo novecentesco, dei dogmatismi religiosi dei decenni scorsi, delle ideologie politiche ormai trasmutate, dello smarrimento di una visione condivisa del mondo, dell’eredità culturali antiche, e su come tutto questo abbia indebolito la capacità di una comunità di rivendicare una propria narrazione significativa, unitaria ed indiscussa.

E per farlo bisogna partire da uno spunto interpretativo della realtà che vede emergere prepotente il paradosso della globalizzazione non come “mondo decifrato nel racconto di tutti” ma in quanto “fatto soggettivo” e senza “visione sociale oggettiva”. Il suo principio metafisico e filosofico è la libertà da ogni osservazione inconfutabile obiettiva, il suo orizzonte è la tecnicalita’ fine a se’ stessa, il suo paradigma è l’economia di mercato, la sua sovranità è il soggettivo, a prescindere dalla oggettività in cui è situato.

In questa prospettiva, l’individuo si rivela certamente sovrano e autonomo, ma, nell’atto stesso in cui si emancipa dalla comune identità, dalla tradizione dei riti, dalle vicende dei luoghi, rompe quel tessuto narrativo che consentiva l’articolazione di un senso civile, di una appartenenza partecipata ed immanente.

Il tema centrale di cui si discetta è quello dell’immobilismo dell’eredità culturale e della incapacita’ odierna della trasmissione della conoscenza tra le generazioni. In sostanza, viviamo in un’epoca di contemporanei senza antenati né posteri, uniti solo dal vago e vacuo “domicilio” nello stesso tempo; non consorti alla contemporaneità, dunque, al più coinquilini, nei quali la storia (di sé e in sé) è un peso insopportabile, e quindi da evitare. Tantomeno la tradizione, che non è solo memoria, ma è pure connessione intersociale.

Quando l’individuo non si riconosce come erede di un passato meritevole di considerazione e di una “avventura sociale” collettiva, decadono ex abrupto le capacità del “divenire del tempo” di agire come racconto fondativo. Il tempo storico, quel continuum di padri, figli e comunità circostanti, si dissolve in un presente automatizzato dalla nuova psico-tecnica in cui il singolo è isolato e il passato è marginalizzato a “inutile orpello” cognitivo.

In un contesto in cui ogni individuo si concepisce e consuma la propria vita come progetto privato, il passato collettivo diviene irrilevante o addirittura fastidioso; appare come un onere incatenante, un debito, un ingombro da eludere.

L’individuo moderno tende a vivere senza passato ne futuro, dunque senza la responsabilità o la coscienza di un “noi” che lo precede e lo supera. E siccome la storia è narrazione del “noi” (o della comunità), quando questo tessuto connettivo viene abraso, la storia perde la sua funzione di orientamento e di fondamento e quindi la memoria storica e la tradizione culturale diventano meri reperti archetipici o nostalgie decorative, non più motori vivi di identità solide e stabili.

Le conseguenze di tale processo nella società del 2025 sono molteplici. In primo luogo, la comunità si auto-assolve, si de-responsabilizza e vira fortemente sulla delega comportamentale, perché l’individuo assume e avoca a sé tutte le responsabilità (e tutte le solitudini morali e valoriali).

Inoltre, la perdita del racconto del sé produce il risultato che il gruppo sociale non ha più né radici né orizzonti; il passato smette di essere risorsa e diventa superstizione atemporale; il futuro perde la promessa e l’ambizione e diventa semplice estensione psichica del presente.

Infine, la velocizzazione tecnologica e mediatica, la finanza imperante del “qui e ora” e la dittatura dell’homo “consumante” espellono il racconto degli accadimenti come vincolo e come arbitrio consapevole: il soggetto è libero da ciò che precede, ma in questa prerogativa perde la profondità della sua azione nella cronologia degli eventi.

Il risultato è un corpo sociale di certo plastico, fluido, flessibile, ma indebolito, che non sa più raccontare sé stesso, non ha veri maestri culturali, non ha eredi, e dunque manca di senso oltre l’immediato.

Quale via d’uscita?

Recuperare la dimensione della comunanza, riscoprire il legame con lo spazio “di noi”, con la patria, con la bandiera, non nel senso di un passato fossilizzato, ma di un’alba di convivenza nella quale faccia la parte del leone “l’amore necessario” descritto da Marcello Veneziani nel suo libro recante questo titolo.

In tale versione, l’amore per la Nazione e il popolo da cui si proviene non è sentimento aggressivo verso l’altro, ma riconoscimento di un legame culturale identitario: «una terra, un luogo, una comunità, una lingua, una cultura che sentiamo nostri e che resteranno tali».

In questo modo, secondo Veneziani, il soggetto non viene annullato nel nichilismo e nell’isolazionismo della massa informe e belante ma inserito in un campo interattivo più vasto che gli dà senso civico e continuità morale, e non lo degrada in una somma di soggetti privi di fili logici incapaci di comunicare tra essi.

Se vogliamo evitare che l’essere “figlio della storia” dell’uomo si dissolva in un eterno presente, dobbiamo, quindi, riscoprire la dimensione della trasmissione del pensiero, della memoria, della weltanschauung non relativizzabile, e ridare all’individuo la coscienza libera di far parte di una dimensione molto più grande, più sinergica, più produttiva.

La comune identità, in questo schema, non è esclusivamente un dato ontologico ma una costruzione funzionale.

E la sua destituzione, provocata dal culto del soggettivo e del presente, genera anomia disorganica in quanto anche il diritto, l’etica e la politica restano senza fondamento.

Come sosteneva anche Emmanuel Mounier la libertà soggettiva ha senso solo se è inserita in una cornice di appartenenza. Il diritto, quindi, non può ridursi solo a strumento tecnico di tutela di pretese individuali, ma deve proteggere tutti i beni comuni irrinunciabili; e tra essi, soprattutto la memoria della comunità culturale di riferimento.

È una visione in cui riecheggia il personalismo comunitario di Jacques Maritain laddove il diritto non è solo contratto, è continuità. In questa linea di Pensiero ci aiuta nella chiarezza Alain de Benoist e la sua critica metapolitica all’individualismo liberale. De Benoist, teorico della Nouvelle Droite, ha denunciato per decenni la “dissoluzione dell’appartenenza” provocata dal liberalismo e dall’universalismo.

Nei suoi scritti più noti sostiene che la modernità ha confuso la libertà con l’ isolamento: l’uomo emancipato è in realtà “l’uomo solo”, separato dalla storia e dalla polis.

Fu uno dei primi pensatori a sostenere che la cultura contemporanea si sta esaurendo nella “presentificazione” (il dominio del presente tecnico-economico).

In conclusione, recuperare la memoria e il senso identitario di una provenienza non significa sterile nostalgia, ma riportare la norma al centro del tempo, la libertà in sincronia con la storia, il legame culturale nella crescita collettiva.

Solo in questo intreccio giusnaturalistico dove il diritto diventa consapevole scelta individuale e l’identità diventa giustizia sociale, l’uomo moderno può ritrovare il senso e il bello del suo essere insieme libero e appartenente.

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