Per molti tifosi era rimasto quel portiere affidabile, silenzioso, sempre pronto quando chiamato in causa. Ma che fine aveva fatto Alexander Manninger dopo il ritiro?
La risposta, per certi versi, sorprende e affascina: niente panchine, niente studi televisivi, niente social. Manninger aveva scelto una strada completamente diversa. Era tornato alle origini.
Dopo aver chiuso la carriera nel 2017, con un’ultima parentesi al Liverpool, l’ex portiere austriaco aveva deciso di lasciare definitivamente il mondo del calcio professionistico. Una scelta netta, quasi controcorrente rispetto a tanti ex colleghi. Nessuna nostalgia per i riflettori: la sua nuova vita era altrove.
Manninger era tornato a vivere nella sua città natale, Salisburgo. Un ritorno non solo geografico, ma anche esistenziale. Dopo oltre vent’anni passati tra spogliatoi, trasferte e pressioni, aveva riscoperto il valore della normalità.
Amava passeggiare senza essere riconosciuto, senza selfie o richieste. Una libertà che nel calcio moderno è sempre più rara.
La vera svolta, però, era arrivata sul piano professionale.
Prima ancora di diventare calciatore, Manninger aveva imparato il mestiere di falegname. E proprio da lì era ripartito. Non per hobby, ma con serietà e ambizione.
Negli anni aveva costruito una vera e propria attività nel settore immobiliare e dell’arredamento. Coordinava progetti, lavorava con architetti, artigiani e costruttori. Dalle ristrutturazioni alle nuove costruzioni, fino alla cura degli interni: un lavoro concreto, lontano anni luce dal calcio.
Non stava dietro ai macchinari ogni giorno, ma gestiva idee, persone e progetti. Una figura centrale, con una visione imprenditoriale chiara.
E soprattutto, era orgoglioso di questo percorso. Più volte aveva sottolineato quanto fosse importante, per lui, avere un’identità oltre il calcio.
Negli anni post-ritiro, Manninger non aveva nascosto una certa distanza dal calcio contemporaneo.
Secondo lui, lo sport era cambiato profondamente: meno gioco, più immagine. Più marketing, più esposizione mediatica. Un ambiente che non sentiva più suo.
Rivendicava invece il valore del lavoro “vero”, quello fatto di orari, fatica e competenze concrete. Un messaggio controcorrente, soprattutto in un’epoca in cui molti giovani calciatori raggiungono guadagni elevati già in adolescenza.
A differenza di tanti ex compagni, Manninger non aveva mai cercato di restare nel giro. Niente allenatore, niente dirigente, niente opinionista.
Aveva semplicemente voltato pagina.
La sua quotidianità era fatta di progetti edilizi, incontri di lavoro, natura e famiglia. Una vita costruita, letteralmente, con le proprie mani.
La notizia arrivata oggi, quella della sua morte in un incidente stradale a soli 48 anni, riporta inevitabilmente l’attenzione su una figura diversa dal solito ex calciatore.
Non solo per la carriera – comunque importante, tra Serie A, nazionale austriaca e grandi club – ma per la scelta di vita fatta dopo.
Manninger non aveva inseguito il calcio per sempre. Aveva scelto di tornare indietro, alle radici, a un mestiere concreto e a una dimensione più autentica.
Ed è forse proprio questa la sua eredità più particolare: quella di aver dimostrato che, anche dopo il calcio, può esistere un’altra vita.