13 Apr, 2026 - 09:00

L’esempio virtuoso di Chiara Mocchi

L’esempio virtuoso di Chiara Mocchi

Una missione - quella dell’insegnamento – che si scontra con l’ostinazione di una violenza priva di significato, eppure ben radicata nell’animo di chi ha trasformato la propria frustrazione in identità. Credo che questo sia un efficace riassunto della tragedia che lo scorso 25 marzo si è sfiorata a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. 

Chiara Mocchi, professoressa di francese, è stata aggredita a colpi di coltello in un corridoio dell’istituto comprensivo Leonardo Da Vinci. Agonizzante, è stata traportata in ospedale tramite elisoccorso. Le sue condizioni sono apparse critiche sin dall’inizio a causa delle gravi lesioni al collo, alla gola e al torace. Se oggi Chiara Mocchi è ancora in vita lo dobbiamo alla solerzia dell’equipe medica che l’ha monitorata, oltre che alla possibilità di ricorrere nell’immediato alla trasfusione del sangue. Ma ben più del provvidenziale salvataggio della professoressa, a infiammare il dibattito pubblico è stata la giovanissima età dell’aggressore: tredici anni.

Lo studente ha premeditato l’attacco. Ne è una dimostrazione la chat Telegram a cui era iscritto. Qui il tredicenne, prima di passare all’azione, aveva riversato il suo ingestibile disagio esistenziale di fronte a una platea forse silente forse incoraggiante. Aveva espresso propositi di vendetta, e comunicato la volontà di infliggere una punizione non solo a Chiara Mocchi (ritenuta responsabile di averlo umiliato con un voto basso, e di aver preso le parti di un coetaneo nel corso di un litigio), ma anche ad altri individui, in primis i genitori. 

“Soluzione finale”.  Questa espressione coronava gli intenti criminali del minorenne. Due parole che concedono pochi dubbi rispetto al fanatismo che si agitava nella sua psiche in formazione, eppure già turbata dalla smania di causare dolore agli altri solo per il gusto di farlo. 

Ancora più sconvolgenti, se possibile, sarebbero le parole pronunciate dall’aggressore nel corso del suo primo interrogatorio. Alcune testate giornalistiche hanno riportato che, davanti al giudice per le indagini preliminari, si sarebbe professato dispiaciuto per non essere riuscito a uccidere Chiara Mocchi. Tale presunta dichiarazione è stata successivamente smentita dall’avvocato Carlo Foglieni, che assiste i familiari del giovane. Sembra invece confermata la lucida e diabolica consapevolezza, da parte dello studente, di non dover incorrere in conseguenze penali poiché al di sotto dell’età minima di imputabilità, che l’articolo 97 del codice penale fissa a quattordici anni.  

L’orrore di Trescore Balneario, insieme a diverse vicende analoghe e concomitanti in tutta Italia, ha nuovamente acceso i riflettori sul tema della violenza giovanile e minorile, sulla difficoltà di monitorare i comportamenti, le relazioni e perfino gli acquisti online dei propri figli nel presente, sull’opportunità di intervenire in sede legislativa per far slittare la soglia dell’imputabilità.

Tuttavia è bene che il fatto in esame, se vogliamo trarne una qualche ispirazione e un qualche esempio, non sia associato esclusivamente all’odio irrazionale di un tredicenne forse affetto da problemi psichiatrici, ma anche e soprattutto alle incredibili qualità umane della vittima designata e sopravvissuta. 

Come spiegato dal suo avvocato Angelo Lino Murtas, la salute di Chiara Mocchi è in rapido miglioramento. La professoressa riscontra ancora qualche difficoltà a parlare e a deglutire. Ciò che più colpisce e commuove: non vede l’ora di tornare a insegnare.

Dal letto d’ospedale la docente ha dettato una lettera che di recente è stata resa pubblica. Qui Chiara Mocchi, che ha sfiorato la morte, esprime vitalità all’idea di superare quel gesto improvviso che ha spezzato la quotidianità della sua missione di insegnante, trasformandola in un incubo. Non spende parole di biasimo nei confronti di chi l’ha quasi uccisa. Al contrario, auspica che questa ferita non diventi un muro, ma un ponte verso una scuola più attenta e verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi che “fanno più fatica”, tra cui riconosce che potrebbe rientrare anche quello che l’ha colpita. 

Si rivolge agli alunni, ma anche ai colleghi, ai genitori, ai soccorritori, alle forze dell’ordine, ai familiari, ai giornalisti, e a tutti coloro che da subito l’hanno circondata con affetto e solidarietà. Quelle stesse aule che hanno rischiato di trasformarsi nel teatro della sua morte, torneranno a ospitarla come insegnante. Questo è ciò che la donna si augura. Infatti scrive: 

Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. 

Si mostra particolarmente grata nei confronti dei docenti e degli alunni che hanno reagito di fronte alla violenza, interrompendo l’aggressione che il tredicenne stava trasmettendo in diretta sui social. Si dispiace, infine, che i gli studenti presenti abbiano gridato aiuto, pianto, provato paura, e visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni. 

Intanto il tribunale per i minori di Brescia ha disposto il trasferimento del preadolescente in una comunità. 

Forse, quando e se aggressore e vittima si incontreranno di nuovo, la professoressa gli sussurrerà quelle stesse parole che si trovano nel settimo capoverso della lettera, e che ne costituiscono il passaggio più bello: non lasciamoci vincere dal buio. Con la giusta severità e la giusta tenerezza. 

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