09 Apr, 2026 - 21:20

Trump non c’entra, ma il caos sì: Grillo sfida Conte, il simbolo diventa un’arma e il M5s rischia di esplodere

Trump non c’entra, ma il caos sì: Grillo sfida Conte, il simbolo diventa un’arma e il M5s rischia di esplodere

Altro che padre nobile. Qui siamo al divorzio con addebito, e pure rumoroso. Nelle stanze ovattate di Montecitorio e soprattutto nelle chat criptate dei parlamentari cinque stelle, la parola che circola è una sola: fine. Non fine politica, ma fine di un equilibrio già precario. Perché la mossa di Beppe Grillo, la citazione in tribunale per riprendersi nome e simbolo del Movimento 5 Stelle, non è solo un atto legale, è una dichiarazione di guerra.
E non una guerra qualsiasi, ma la resa dei conti finale tra il fondatore e il suo successore. Da una parte il comico genovese garante, dall’altra l’avvocato professore presidente Giuseppe Conte. In mezzo, un partito che rischia di ritrovarsi senza pelle, senza identità e, dettaglio non secondario, senza marchio.


Il vero obiettivo: commissariare Conte senza dirlo


Ufficialmente è una questione giuridica, chi è il vero proprietario del simbolo, l’associazione originaria o quella rifondata sotto la guida di Conte. Ma nei palazzi romani nessuno si beve la versione notarile.
Il sospetto, sempre più diffuso, è che Grillo voglia fare molto di più, rimettere le mani sul Movimento, delegittimare Conte politicamente, costringerlo a trattare o a cedere. Una specie di commissariamento soft, ma con il coltello tra i denti.
Perché senza simbolo Conte diventa un leader dimezzato, e senza simbolo il Movimento rischia di diventare un partito qualsiasi, privato della sua unica vera forza, il brand.


Le chat bollono: ex, delusi e ortodossi pronti all’assalto


Intanto, fuori dalle dichiarazioni ufficiali, succede di tutto. Le chat degli ex parlamentari, quelli espulsi, rottamati, messi alla porta, sono in fermento. C’è chi parla apertamente di restaurazione.
Tradotto, se Grillo vince si torna indietro, e qualcuno è già pronto a rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta.
Tra i nomi che girano con più insistenza c’è quello di Alessandro Di Battista, il pasionario mai domo. Il suo movimento Schierarsi sembra sempre più una porta di rientro organizzata, più che un progetto autonomo.
E poi c’è Virginia Raggi. Silenziosa, nemmeno per sogno. Il suo attivismo improvviso, tra tv e battaglie simboliche, viene letto da molti come un segnale chiarissimo, l’ala ortodossa è viva, e sta rialzando la testa.


Il vero bersaglio: il campo largo di Conte


Ma il colpo più pesante rischia di arrivare altrove, non dentro il Movimento, ma fuori, precisamente nel progetto politico di Conte, il campo largo con il Pd.
Perché un M5S spaccato è un M5S ingestibile, e un alleato ingestibile è il peggior incubo per il Nazareno.
Nel quartier generale dem, tra una riunione e l’altra, la domanda è sempre la stessa, possiamo fidarci di Conte se non controlla nemmeno il suo partito?
E mentre Elly Schlein prova a tenere insieme i pezzi, l’operazione federatrice dell’ex premier rischia di saltare come un tappo di champagne.


Dietro tutto: politica, soldi o vendetta


Resta la domanda delle domande, perché Grillo lo fa proprio adesso.
Le ipotesi sono tre, politica pura, fermare la deriva normalizzata del Movimento, controllo economico, perché nome e simbolo significano anche risorse, regolamento di conti personale, Conte troppo autonomo, troppo leader.
La verità probabilmente sta nel mezzo, un mix esplosivo di tutte e tre.


Finale aperto e pericoloso


La partita è appena iniziata, ma una cosa è già chiara, non ci saranno vincitori indolori.
Se Grillo vince, il Movimento torna alle origini, ma rischia di spaccarsi, se Conte resiste mantiene la leadership, ma su un partito logorato.
Nel mezzo un elettorato confuso e un centrodestra che osserva senza disturbare.
Perché a volte, in politica, la miglior strategia è semplice, lasciare che gli avversari si distruggano da soli.

LEGGI ANCHE