Ufficialmente è prematuro. Ufficiosamente è già iniziata.
Nei corridoi che contano, la corsa al Quirinale è ripartita con discrezione chirurgica. Nessuno si espone, tutti studiano. Perché se c’è una lezione che la politica ha imparato – a caro prezzo – è che al Colle non si arriva improvvisando.
Il mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029. Ma chi conosce davvero i meccanismi sa che il lavoro inizia anni prima. Sotto traccia. Senza lasciare impronte.
Il risultato referendario ha avuto un effetto immediato: ha rimesso in movimento un campo che sembrava rassegnato.
Nel centrosinistra – o meglio, nel cosiddetto “campo largo” – si è riaccesa una speranza che fino a poche settimane fa sembrava sopita. Non tanto per i numeri attuali, quanto per il segnale politico: il centrodestra non è invincibile.
E quando il quadro si riequilibra, il gioco del Colle cambia completamente.
C’è un fantasma che aleggia su ogni ragionamento: quello delle elezioni presidenziali passate.
Nel 2013 e nel 2022, tra veti incrociati, candidati bruciati e votazioni infinite, la politica ha dovuto ricorrere al bis: prima Giorgio Napolitano, poi di nuovo Mattarella.
Un esito vissuto nei Palazzi come una sconfitta collettiva.
Ecco perché oggi la parola chiave è una sola: preparazione.
Se dovesse prevalere il centrodestra anche alle prossime politiche, il Colle potrebbe diventare una partita “interna”.
I nomi circolano già, tra figure istituzionali e profili di governo. Qualcuno immagina persino una salita diretta dal vertice dell’esecutivo al Colle, altri puntano su figure più di garanzia.
Ma c’è un problema antico quanto la Repubblica: i franchi tiratori.
Perché anche con i numeri, senza una strategia solida, il candidato più forte può cadere sotto il fuoco amico.
Dall’altra parte, il centrosinistra torna a fare quello che sa fare meglio: allargare la rosa.
Ex premier, figure istituzionali, profili tecnici. Un catalogo che cresce giorno dopo giorno, alimentato da un ritrovato ottimismo.
Il punto, però, non è il nome. Non lo è mai stato.
Il punto è costruire le condizioni politiche per renderlo eleggibile.
E qui il lavoro vero è ancora tutto da fare.
Quando i numeri non bastano, la politica italiana tira fuori il suo asso nella manica: il candidato trasversale.
Figure con pochi nemici, molti rapporti e una storia che attraversa più maggioranze. Ex premier, tecnici, diplomatici della politica.
Profili che possono diventare inevitabili quando lo stallo prende il sopravvento.
Un copione già visto. E sempre possibile.
Poi c’è una regola non scritta, ma spesso rispettata: al Quirinale raramente sale il leader più esposto.
Più facile che emerga una figura di seconda linea, meno divisiva, più digeribile per tutti.
È il paradosso del Colle: vince chi divide meno, non chi pesa di più.
Alla fine, il retroscena è tutto qui.
Non conta la lista dei candidati, ma il percorso che porta a uno solo.
Legge elettorale, equilibri parlamentari, rapporti tra coalizioni, leadership interne. È su questi fattori che si giocherà la partita vera.
I nomi servono a riempire le cronache.
Le strategie decidono il risultato.
Tre anni sembrano tanti. In realtà sono pochissimi.
Perché la partita del Colle è lunga, ma accelera all’improvviso. E chi arriva impreparato paga.
Nei Palazzi lo sanno bene.
E infatti, mentre fuori si finge indifferenza, dentro si contano già i voti.
Uno per uno.