Se un osservatore contemporaneo aggrappandosi al salvagente dell’obiettività di giudizio dovesse interrogarsi sulla realistica incapacità di molti giovani di sottrarsi all’influenza dei “falsi maestri, degli incantatori di serpenti e pifferai magici”, difficilmente potrebbe limitarsi unicamente a una spiegazione evolutiva di matrice moralistico-generazionale.
Perché non si tratta di un semplice deficit sociologico, bensì di una configurazione storica precisa, una forma aggiornata di quella che Étienne de La Boétie, filosofo del diritto, chiamava, già nel XVI secolo, servitù volontaria.
La Boétie si chiedeva come fosse possibile che interi popoli accettassero spontaneamente il dominio di pochi. La sua risposta, ancora oggi disturbante psicologicamente, era che il potere si regge meno sulla forza che sull’abitudine, sull’adesione passiva, sul desiderio, quasi inconscio, di essere guidati. Trasposta nell’odierno ecosistema digitale, questa intuizione illumina un fenomeno evidente: i giovani non sono semplicemente manipolati, ma partecipano attivamente alla propria eteronomia.
Può essere cosi spiegata la ritrosia, il cocciuto conformismo retrivo ai cambiamenti (principalmente legislativo-costituzionali e culturali) dei giovani italiani, del tutto in controtendenza con quello che deve essere l’incipit strutturale dell’antropologia sociale? Perché si aggrappano a una Costituzione retrograda che non conoscono, non hanno letto, non hanno capito. Non hanno “vissuto”?
Proviamo a fare chiarezza partendo dall’analisi di chi ha pensato e ragionato prima di noi.
Il pensiero del sociologo e storico Michel Foucault aiuta a comprendere questa dinamica in termini più strutturali. Per lui il potere contemporaneo non si manifesta più come imposizione verticale, ma come una rete diffusa di dispositivi che producono pure ed alienante soggettività. Non si limita a dire cosa pensare ma modella ciò che appare pensabile. I cosiddetti “falsi maestri”, influencers, opinion leaders, divulgatori del banale e semplificatori dell’inesistente (di cui è zeppo il sistema mediatico imperante), non rappresentano anomalie del sistema, ma suoi ingranaggi funzionali. Essi traducono la complessità in slogan diretti e banalizzanti, riducono il conflitto a scherno di chi ragiona diversamente rispetto al Pensiero Unico Dominante, e offrono risposte immediate a domande che richiederebbero tempo e profondità di ragionamento.
In questo senso, la ormai vetusta critica di Theodor W. Adorno all’industria culturale (o subculturale) appare oggi sorprendentemente attuale. Adorno denunciava già nel Novecento la trasformazione della cultura in merce e la conseguente standardizzazione del pensiero. Ciò che egli intravedeva nei mass media si è oggi radicalizzato: la cultura non “intrattiene”, ma struttura il consenso, neutralizzando la possibilità stessa di dissenso autentico. Il giovane che crede di scegliere liberamente tra una pluralità di voci, in realtà si muove entro un orizzonte già delimitato.
Ma vi è un ulteriore elemento, che richiama la lezione di Friedrich Nietzsche sulla “morale del gregge” come di una tendenza umana a rifugiarsi nella sicurezza dell’appartenenza, evitando il rischio della creazione individuale di valori. Idea osteggiata nelle accademie/salotti di pensiero dell’ultimo ventennio del 900 individuava il problema non solo in un aspetto politico o culturale, ma profondamente esistenziale: pensare autonomamente implica solitudine, conflitto, perdita di certezze. Seguire uno pseudomaestro da baraccone dei profumi a buon mercato, è infinitamente più rassicurante.
Da qui emerge una contraddizione lampante che dovrebbe indurre tutti all’indagine speculativa: i giovani contemporanei, pur vivendo in un’epoca che celebra attraverso i social e i sistemi di connessione di massa l’immediatezza dell’immagine (dunque la verità supposta) e la libertà individuale (l’epoca dei diritti delle minoranze), risultano spesso incapaci di esercitare un pensiero oggettivo (ma sempre e solo relativistico) realmente critico su ogni aspetto del vivere civile. Non perché manchino di strumenti, ma perché il sistema in cui sono immersi premia l’adesione rapida e penalizza la riflessione. La velocità dell’informazione, l’ossessione della riscossione del consenso, la ricerca costante di riconoscimento sociale producono soggetti inclini alla reazione istintiva più che all’elaborazione sia induttiva che deduttiva, che implica fatica, studio e tempo.
In questo quadro, le “caste”, intese non necessariamente in senso tradizionale, ma come élite mediatico-culturali, egemonico-giuridiciste, economiche e tecnologiche, tendenzialmente precostituite, non hanno bisogno di imporre verità: è sufficiente orientare i flussi informativi, amplificare alcune narrazioni talvolta inventate di sana pianta e marginalizzarne altre. L’ignoranza non dunque è più una semplice mancanza di conoscenza, ma una condizione attivamente prodotta e mantenuta, funzionale alla conservazione del potere.
In sostanza, il problema dell’adesione dei giovani a forme di sapere eterodiretto, ciò che nel linguaggio corrente si traduce nella dipendenza dai “pifferai in pochette”, non può essere compreso se non attraverso una chiarificazione preliminare: esso non riguarda primariamente i contenuti del pensiero, bensì le condizioni della sua possibilità (sussistenza) stessa. Non si tratta, dunque, di stabilire quali idee siano vere o false, ma di disinnescare l’interruttore del dispositivo che rende probabile l’adesione acritica a qualunque idea.
In questo senso, il punto di partenza per uscire dall’imbuto culturale non può che essere kantiano. Immanuel Kant definiva l’Illuminismo come la via di uscita dallo “stato di minorità”, intendendo con ciò non una carenza di intelletto, ma una rinuncia al suo uso autonomo. La minorità è una struttura della volontà prima che dell’intelligenza; è la scelta, più o meno consapevole, di delegare ad altri l’esercizio del giudizio. Ciò implica che il problema non è l’ignoranza in sé, ma la sua funzionalità, essa diventa condizione di stabilità per un ordine che si regge sulla ripetizione, non sulla critica.
Ma perché questa delega si produce? È qui che una prospettiva genealogica, nel senso di Friedrich Nietzsche, si rivela necessaria. Nietzsche mostra come i valori non siano dati per assoluti, ma prodotti storicamente attraverso rapporti di forza. La cosiddetta “verità imposta” non è che il risultato di una lunga sedimentazione di interpretazioni che hanno smarrito la propria origine. In tale quadro, l’adesione dei giovani a narrazioni dominanti non è un accidente, è l’effetto di un processo di interiorizzazione in cui ciò che è imposto appare, infine, come apparentemente spontaneo.
Si comprende allora come la nozione arendtiana di incapacità di pensare assuma un rilievo decisivo. Hannah Arendt non identifica il male con una volontà demoniaca, ma con una sospensione del giudizio, con l’assenza di dialogo interiore. Trasposta nel contesto contemporaneo, questa analisi suggerisce che il problema non è tanto la diffusione di idee false, quanto la progressiva erosione della facoltà di giudicarle. Il pensiero, ridotto a reazione immediata, perde la sua dimensione riflessiva e si appiattisce sull’opinione di massa.
A questo punto, la dinamica del “gregge”, già tematizzata da Nietzsche, può essere reinterpretata non come semplice conformismo sociale, ma come esito strutturale di un sistema in cui l’individuo trova nella conformità una forma di riduzione dell’angoscia personale. L’adesione collettiva funziona come dispositivo di stabilizzazione, essa fornisce identità, orientamento, appartenenza. Il prezzo è la rinuncia alla differenza, cioè alla possibilità stessa del pensiero autonomo e sedimentato nell’Io.
Il risultato di questa concatenazione teorica è una tesi filosofica forte: l’inattività critica dei giovani italiani non è un’anomalia, ma una funzione di stabilità sociale di chi li dirige da burattinaio. Essa garantisce la continuità di un ordine che non necessita più di coercizione esplicita, perché trova nella soggettività stessa il proprio terreno di esercizio. Le “caste”, se così si vogliono chiamare le forme contemporanee di potere, non dominano attraverso l’imposizione di verità introdotte, ma attraverso la configurazione delle condizioni in cui qualcosa può essere riconosciuto (riconoscibile) come probabilmente vero.
Ne deriva una conseguenza paradossale: la lotta contro la menzogna non si evidenzia nella sua confutazione, poiché essa opera a un livello più profondo, quello della produzione del senso di appartenenza, quindi puramente esistenziale (che in realtà e di quanto più lontano dalla logica).
In questo senso, il risveglio della ragione, per riprendere l’intuizione kantiana, è un gesto singolare e discontinuo, deve essere necessariamente un’”interruzione”. Esso implica la sospensione dell’adesione, la messa in questione dell’ovvio, la disponibilità a sostenere l’incertezza. È, in ultima analisi, un atto inattuale, nel senso più radicale del termine, ovvero un gesto che si sottrae al tempo dominante per riaprire lo spazio del possibile ragionamento autonomo ed obiettivo (tendente al bene di sé e degli altri).
Se questo gesto resta raro, non è per un difetto accidentale delle giovani generazioni, ma perché esso contraddice la logica stessa del sistema che le forma. Ed è forse proprio in questa tensione speculativa, tra conformità funzionale e possibilità di rottura, che si gioca, ancora, non si sa fino a quando, la controversa “questione contemporanea del pensiero occidentale”. Ne vale la sua sopravvivenza e conservazione.