I genitori hanno trasformato il dolore in seme. Che ha germogliato lentamente, crescendo. Fino a spuntare prepotente, nonostante le difficoltà di comunicazione che affliggono le comunità. Lo scrive La Nazione a proposito dell’iniziativa dei genitori di Miriam, la ragazza di 24 anni trovata morta sul tetto del palazzo comunale ai piedi della Torre del Mangia.
“Dopo che la vita è cambiata per sempre abbiamo scelto di dare voce alla sofferenza di nostra figlia Miriam. Di non permettere che al dolore si aggiungesse il silenzio. Speriamo che la sua forza e la sua energia restino sempre vive. E che il suo grande desiderio di imparare non si spenga con lei ma rinasca, come la Fenice che aveva tatuata sul braccio, attraverso opportunità concrete per i giovani. Questo il senso del progetto che vorremmo realizzare nella biblioteca di Monteroni dove Miriam era felice di lavorare”, dice mamma Fatima leggendo una lettera.
“Purtroppo, questa la verità, non possiamo restituire una vita ma possiamo salvarne altre. Questo il messaggio forte che ho raccolto dalla famiglia di Miriam – sottolinea il sindaco Gabriele Berni – , possibile quando s’incontrano persone speciali come loro . L’obiettivo è provare a vivere in una società dove non ci sentiamo soli e dove nessuno deve essere lasciato indietro. La vostra partecipazione dimostra che tale possibilità esiste”. Di qui l’idea “di costruire uno spazio neutro. Non istituzionalizzato, accogliente, dove non ci devono essere barriere. Lo dico anche a me stesso. Mi sono sentito un po’ in colpa, dopo le brutte giornate, anche se forse è un termine improprio. Anche io sono passato dalla biblioteca, potevo prestare più attenzione in questa vita dove spesso il tempo sfugge. E con esso l’importanza delle relazioni, una parola può fare la differenza”. Una parola può salvare una vita.
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