30 Mar, 2026 - 07:00

Una legge che non esiste ancora. Ma che ha già fatto il suo lavoro

Una legge che non esiste ancora. Ma che ha già fatto il suo lavoro

La proposta di legge non è ancora depositata alla Camera. Eppure ha già raggiunto il suo scopo.

Eugenio Zoffili (Lega) ha annunciato il 22 marzo 2026 l'intenzione di presentare un disegno di legge che inserirebbe nel codice penale, subito dopo l'articolo 268, una nuova fattispecie sui «Gruppi anarchici militanti con finalità di terrorismo anche internazionale». La reclusione prevista va da 7 a 15 anni per «chiunque organizza, recluta, addestra, radicalizza o dirige associazioni o gruppi anarchici militanti denominati Antifa o simili o assimilabili». Al 25 marzo, il testo risulta privo di numero di protocollo. Solo che l'assenza del testo, in questo caso, amplifica la portata politica dell'annuncio piuttosto che ridurla.

Il contesto è preciso: lo stesso 22 marzo, a Roma, una troupe della Tgr Rai viene aggredita in via degli Angeli, nelle vicinanze del casolare in cui sono morti due anarchici, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, intenti a costruire ordigni e ritenuti legati al gruppo di Alfredo Cospito, detenuto al 41-bis. Zoffili aggancia la proposta all'episodio, ma il respiro del provvedimento va ben oltre. I reati contestabili per quelle condotte esistono già. Le aggravanti esistono già. Il codice penale copre già chiunque costruisca bombe o organizzi attentati. Ciò che la proposta aggiunge è una categoria: «Antifa». Un'etichetta che trasforma l'appartenenza, e non la condotta, in potenziale reato.

Il modello arriva dagli Stati Uniti

L'ispirazione è dichiarata. Donald Trump ha firmato, il 22 settembre 2025, un ordine esecutivo che designa Antifa «organizzazione terroristica domestica». L'ordine descrive il movimento come «un'iniziativa anarchica militarista che invita al rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle forze dell'ordine e del nostro sistema legale», e ordina alle agenzie federali di indagare, smantellare e perseguire chiunque operi per conto di Antifa o ne finanzi le attività.

Solo che quell'ordine esecutivo, sul piano giuridico, poggia su basi fragilissime. Il Brennan Center for Justice, il Cato Institute e il Congressional Research Service lo hanno documentato in modo convergente: Antifa è un movimento, un'ideologia, una forma di auto-identificazione politica. Una struttura, una leadership, un elenco di iscritti sono categorie semplicemente inapplicabili. Designarla come organizzazione in un sistema che tutela la libertà di associazione con il Primo Emendamento apre questioni che i tribunali americani non hanno ancora risolto, e che probabilmente non risolveranno in suo favore. L'ordine di Trump è, di fatto, un gesto politico. Un segnale verso una base elettorale, più che una norma applicabile, come ha osservato anche l'ICCT, il Centro internazionale per il contrasto al terrorismo con sede all'Aia, in un'analisi del settembre 2025.

È esattamente questo che la Lega ha importato in Italia. Il gesto, prima ancora della norma.

Una proposta non depositata sposta già il confine

La distinzione tra un annuncio parlamentare e una legge approvata è, nella storia italiana recente, meno netta di quanto la grammatica istituzionale suggerirebbe. Esistono precedenti che vale la pena ricordare, perché il meccanismo si ripete con precisione: prima si lancia un'idea, si costruisce un'emergenza, si legittima un nemico. La norma, poi, arriva quasi come conseguenza tecnica.

Il decreto sicurezza Salvini, approvato dal Consiglio dei Ministri il 4 ottobre 2018, nacque da mesi di campagna mediatica sull'immigrazione come emergenza criminale. Le critiche furono ampie. Tre presidenti di regione lo impugnarono davanti alla Corte Costituzionale, che dichiarò alcune disposizioni incostituzionali. Eppure il decreto entrò in vigore, fu convertito in legge con doppio voto di fiducia, trasformò strutturalmente il sistema di accoglienza e produsse effetti misurabili: secondo le stime dell'ISPI, nel biennio successivo, gli stranieri privi di permesso di soggiorno in Italia aumentarono di decine di migliaia, diretta conseguenza dell'abolizione della protezione umanitaria.

Il decreto Caivano, approvato dal Consiglio dei Ministri il 7 settembre 2023 e convertito in legge il 13 novembre 2023con voto di fiducia, nasceva anch'esso da un episodio di cronaca: stupri nel Parco Verde di Caivano, due bambine vittime, la presenza televisiva di Giorgia Meloni in città. Dal fatto di cronaca alla norma penale, dieci settimane. Il decreto abbassò la soglia del carcere cautelare per i minorenni, introdusse il daspo urbano per gli under 18, trasformò in delitto l'inadempimento dell'obbligo scolastico. Il modello operativo è lo stesso: episodio reale o presunto, costruzione del nemico, annuncio politico, norma. E poi quella norma diventa il terreno per la successiva.

Tornando a Zoffili: il testo non c'è ancora. Solo che il meccanismo si è già messo in moto. L'annuncio ha già prodotto copertura mediatica, ha già legittimato l'equivalenza Antifa-terrorismo, ha già reso accettabile la domanda «perché non punirli?». Il deposito formale diventa, a quel punto, quasi una formalità.

L'antifascismo come categoria giuridica da dissolvere

C'è un elemento specifico, in questa proposta, che la distingue dalle precedenti sul piano costituzionale. La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana, confermata dalla Corte Costituzionale come norma permanente con pieno valore giuridico, vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». È una norma di rottura, scritta da chi aveva attraversato il ventennio e voleva costruire una barriera che reggesse nel tempo. L'antifascismo, in questo senso, è il presupposto storico e giuridico della Repubblica. È il fondamento della legalità democratica, prima ancora che una posizione ideologica di parte.

La proposta Zoffili percorre una strada laterale. Scrive «Antifa» nel codice penale accanto alle parole «eversivo», «anarchico militante», «terrorismo internazionale», e poi lascia che la vaghezza faccia il resto. Perché la vaghezza, in questo caso, è funzionale. Una norma che punisce «gruppi simili o assimilabili» ad Antifa è una norma applicabile con elasticità politica. La questione riguarda chi potrà rientrarvi domani, più che chi vi rientra oggi, a seconda di chi conduce le indagini e con quali priorità.

Del resto, i dati Europol sul 2024 documentano che solo il 6 per cento degli arrestati per terrorismo nell'Unione Europea riguardava il terrorismo di sinistra o anarchico. La minaccia reale, documentata, viene da altri. Il dibattito politico va in direzione contraria, e l'analisi dell'ICCT ha già segnalato il meccanismo a livello continentale: l'ordine esecutivo di Trump viene usato dai partiti di destra in tutta Europa come leva per spostare il dibattito dalla minaccia dell'estrema destra a quella della sinistra antagonista.

La legislazione antiterrorismo italiana copre già le condotte che Zoffili vuole colpire. Ardizzone e Mercogliano erano già dentro il perimetro penale prima dell'annuncio. Il disegno di legge aggiunge, di fatto, solo un'etichetta politica. E quella etichetta porta nel suo corpo morfologico la radice dell'opposizione al fascismo.

Quindi il problema riguarda la Costituzione, prima ancora che la sicurezza pubblica. Inscrivere il nome «Antifa» in una norma penale come sinonimo di eversione produce un effetto di scoraggiamento su chi si definisce antifascista, manifesta con quella parola, la porta in corteo o su uno striscione. E questo effetto si produce indipendentemente dall'approvazione della norma. Si produce con l'annuncio. È il chilling effect, il congelamento del discorso, che avviene prima ancora che il Parlamento voti.

La proposta di legge non è ancora depositata. Il lavoro, di fatto, è già cominciato.

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