Mercoledì mattina un 13enne si è presentato nella sua scuola di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, indossando pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta "vendetta". Poco dopo, nei corridoi, ha aggredito con un coltello, ferendola gravemente, la sua insegnante di francese, trasmettendo l'intera scena su Telegram.
Nello zaino aveva una pistola scacciacani; a casa altre armi e materiale potenzialmente esplosivo, ora sequestrato. Ma aveva anche pubblicato online un manifesto in cui esprimeva rancore, frustrazione e desiderio di rivalsa verso la docente, ora uscita dalla terapia intensiva. Abbiamo parlato dell'accaduto con la psicoterapeuta Alexia Di Filippo.
Dottoressa, il 13enne protagonista dell’aggressione è stato descritto dai compagni come un ragazzo timido, con un discreto rendimento scolastico e soprattutto come qualcuno da cui non ci si sarebbe aspettati assolutamente un gesto simile. Possibile non vi fossero stati segnali di disagio? Cosa può averlo spinto a compiere un atto così violento?
“I segnali di disagio erano presenti e rilevanti. Basti pensare al piccolo arsenale di armi e al materiale potenzialmente esplosivo rinvenuti nella sua abitazione, oltre alla frequentazione del gruppo Telegram - lo stesso con cui era in diretta mentre assaliva l'insegnante - riconducibile alla rete No lives matter, che promuove aggressioni violente con armi da taglio.
Il fatto che un 13enne possa aver aderito, in questa dimensione virtuale, a un’ideologia nichilista e violenta, maturando la determinazione a farsi giustizia da solo per presunte ingiustizie subite a scuola, è indicativo di una difficoltà profonda. Allo stesso tempo, evidenzia un disconoscimento degli adulti attorno a lui come punti di riferimento autorevoli a cui affidare rabbia e frustrazione. Emozioni che, accumulandosi, sono sfociate nella pianificazione ed esecuzione del piano di vendetta”.
Nel suo manifesto il ragazzo menziona una diagnosi di ADHD: questa condizione può favorire atti violenti?
“Sì, è possibile, soprattutto se associata ad altri disturbi, come quello oppositivo provocatorio e della condotta. In questi casi, però, si tratta generalmente di gesti aggressivi di matrice impulsiva, non di azioni premeditate e pianificate come l’accoltellamento di cui stiamo parlando. Dallo scritto rivendicativo del ragazzo emerge piuttosto una tendenza a percepirsi superiore ai coetanei e una certa familiarità con l’infrazione di regole etiche, morali e legali. Si intravede anche l’idea del progetto di morte non solo come ‘la dolce vendetta che merito’, ma anche come ‘modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile’.
Alla base c’è, verosimilmente, un risentimento profondo, alimentato nel tempo da un senso di impotenza legato a esperienze scolastiche percepite come ingiustizie. Un vissuto così forte da farlo sentire legittimato a pianificare una rivalsa omicida contro chi riteneva responsabile. Colpisce inoltre l’esibita consapevolezza della propria non punibilità per limiti di età e la freddezza che pervade tutto lo scritto. Vi si possono leggere segnali di analfabetismo emotivo, ma anche una profonda solitudine e una totale sfiducia negli adulti, evidente nell’espressione ‘la mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me’”.
Cosa si può fare per evitare situazioni di questo tipo?
“Da anni denuncio mediaticamente l’escalation di atti di violenza compiuti da giovani e giovanissimi e ritengo che la chiave per fronteggiare il problema sia l'educazione. È fondamentale aiutare i minori a sviluppare competenze emotive e affettive, ma anche formare i genitori e, a diverso titolo, gli insegnanti a potenziare la propria capacità educativa, attraverso percorsi guidati da psicologi e psicoterapeuti. L’obiettivo è accompagnare i ragazzi nella crescita: promuovere il dialogo, ascoltarli, aiutarli a riconoscere ed elaborare le emozioni, e contenere in modo adeguato le reazioni alle frustrazioni. Questo permette loro di sviluppare senso del limite, responsabilità e rispetto dell’altro”.
E l’educazione digitale?
“È altrettanto importante. Come lo è il rispetto dei limiti di legge, spesso aggirati: sotto i 14 anni il minore non può iscriversi e navigare autonomamente sui social, mentre dai 13 è necessario il consenso e la supervisione dei genitori, allo scopo di promuoverne il discernimento e il senso critico necessari a gestire i rischi della rete”.
Quindi, reprimere non è sufficiente…
"Puntare solo sulla repressione è inefficace: è come chiudere il recinto dopo che i buoi sono fuggiti. Bisogna arrivare prima, prevenendo il disagio o intervenendo tempestivamente al suo palesarsi. Per questo servono attenzione, credibilità e assertività, tenendo bene a mente che per educare bisogna essere educati, come per stabilire regole è necessario rappresentare un esempio.
Soprattutto, è fondamentale assicurare presenza, costanza e coerenza, affinché i ragazzi si sentano visti, riconosciuti e seguiti. Solo così si evita che cerchino identità e appartenenza in gruppi violenti, o che inseguano visibilità e rivalsa sul palcoscenico social, fino a compiere, come in questo caso, atti criminosi persino in diretta”.