Prima lo scontro frontale, poi il cambio di passo. Nelle stanze dell’Associazione nazionale magistrati, raccontano fonti interne, la parola d’ordine è una sola: normalizzare. Dopo mesi di tensioni altissime con il governo, culminate nella bocciatura referendaria della riforma della giustizia, le toghe provano a riposizionarsi.
La vittoria del “no” ha ribaltato i rapporti di forza. E proprio per questo, spiegano nei corridoi, ora è il momento di abbassare i toni. Non per debolezza, ma per gestione del vantaggio. In altre parole: incassato il risultato, si apre la fase politica.
Le dimissioni di Cesare Parodi, arrivate a urne ancora calde, non sono state una sorpresa. Piuttosto il primo segnale di un passaggio di fase già scritto.
Sabato il comitato direttivo centrale dovrà scegliere il nuovo presidente, ma la partita si gioca già da giorni lontano dai riflettori. Il totonomi è fitto, ma non è questo il punto. Il nodo vero è capire quale linea prevarrà.
Il nome di Rocco Maruotti circola con insistenza, così come quelli di Chiara Salvatori, Antonio D’Amato e Giuseppe Tango. Ma più dei nomi contano gli equilibri. Le correnti – Area, Magistratura indipendente, Unicost – sono impegnate in un lavoro sotterraneo per arrivare a una sintesi che eviti spaccature.
Secondo fonti qualificate, la soluzione più accreditata è quella di mantenere la guida nell’alveo di Magistratura indipendente, la stessa area di Parodi. Una scelta che garantirebbe continuità e, soprattutto, eviterebbe di aprire un nuovo fronte interno proprio nel momento in cui si tenta una distensione esterna.
Il cambio di tono verso il governo non nasce dal nulla. Da via Arenula, nelle ultime ore, sono arrivati segnali chiari di apertura. Il viceministro Francesco Paolo Sisto ha parlato apertamente della necessità di “suturare le ferite”.
Ma nelle stanze dell’Anm la lettura è più articolata. Il dialogo è possibile, certo, ma solo a determinate condizioni. Le toghe vogliono riportare al centro i temi concreti, quelli rimasti congelati negli ultimi mesi: organici, risorse, geografia giudiziaria.
In sostanza, la linea che prende forma è questa: meno scontro ideologico, più pressione sui dossier. Una strategia che consente di mantenere il controllo del terreno senza esporsi troppo politicamente.
Le parole di Antonio D’Amato non sono casuali. “Il partito dei magistrati non esiste”, ha detto. Una frase che, nei palazzi, viene letta come parte di una nuova narrazione.
Dopo mesi in cui la magistratura è stata accusata di agire come soggetto politico, l’obiettivo ora è disinnescare quella percezione. Non significa arretrare, ma cambiare linguaggio. Presentarsi come interlocutore istituzionale, non come controparte.
Una scelta che ha anche una funzione interna: ricompattare le correnti e rassicurare i settori più moderati.
Ma sotto la superficie della ritrovata unità, qualcosa si muove. La raccolta firme promossa da giovani magistrati per un’assemblea straordinaria è il segnale più evidente.
C’è una parte della base che non vuole limitarsi al dialogo con il governo. Che chiede di affrontare i problemi concreti della giustizia, ma anche di aprire una riflessione più ampia sul ruolo dell’Anm.
Questa pressione, rilanciata da Area, rischia di complicare il lavoro delle correnti tradizionali. Perché introduce un elemento di imprevedibilità proprio mentre si tenta di chiudere rapidamente la partita della leadership.
Il nuovo presidente si troverà davanti a una sfida doppia. Da un lato ricostruire un rapporto con il governo che, dopo il referendum, appare meno conflittuale. Dall’altro tenere insieme un’associazione attraversata da tensioni sotterranee.
È qui che si giocherà la partita vera. Perché il rischio, sussurrano alcuni magistrati, è che la fase del dialogo nasconda solo temporaneamente le divergenze interne.
Paradossalmente, proprio la vittoria referendaria impone ora cautela. Le toghe sanno di aver vinto una battaglia importante, ma anche che non possono permettersi di trasformare quel successo in un errore politico.
Per questo la linea che emerge è quella di un dialogo controllato, di una normalizzazione apparente dietro cui continuare a presidiare i dossier chiave.
In pubblico, toni più morbidi. In privato, trattative serrate.
Perché, come ammette un magistrato di lungo corso, “le partite vere iniziano sempre dopo che pensi di averle vinte”.