Il risultato del referendum va rispettato, ma sarebbe un errore leggerlo come una resa. Fermarsi al dato formale significa non cogliere il significato più profondo di ciò che è accaduto. Milioni di italiani non hanno votato contro la magistratura né contro la Costituzione: hanno votato per cambiare. È questo il punto politico centrale, il segnale che pesa più di ogni percentuale. Dentro quel voto c’è una domanda di giustizia diversa, più credibile, più trasparente, più vicina ai cittadini. C’è, soprattutto, una sfiducia che non può essere ignorata o liquidata come un semplice riflesso emotivo. È una sfiducia che si è sedimentata negli anni, alimentata da vicende note e da dinamiche interne che hanno incrinato il rapporto tra magistratura e opinione pubblica. Per questo chi oggi canta vittoria dovrebbe farlo con cautela. Perché quella domanda di riforma non è stata sconfitta: è stata solo rinviata.
In questo senso, parlare di vittoria dell’Associazione nazionale magistrati è possibile solo a determinate condizioni. Se per vittoria si intende la capacità di fare muro, di compattarsi e di difendere l’esistente, allora sì, si può parlare di successo. L’ANM ha dimostrato ancora una volta di sapersi unire quando percepisce un rischio di cambiamento. Ma si tratta di una vittoria che ha un carattere difensivo, non propositivo. Non è la vittoria di un’idea nuova di giustizia, più efficiente o più equa. È la vittoria della conservazione, della scelta di non intervenire su un assetto che da tempo mostra evidenti criticità. E questo, nel medio periodo, rischia di trasformarsi in un limite.
Le conseguenze di questo esito non riguardano soltanto il rapporto tra magistratura e politica, ma investono anche gli equilibri interni alla stessa magistratura associata. La vittoria del No rafforza inevitabilmente il ruolo dell’ANM come soggetto di opposizione rispetto all’attuale governo. Una posizione che potrà anche risultare efficace nel breve periodo, ma che espone l’associazione a una dinamica più marcatamente politica, con tutti i rischi che ne derivano in termini di percezione esterna e di credibilità istituzionale. Parallelamente, è difficile non vedere come, sul piano interno, questo risultato sia destinato a incidere sui rapporti tra le correnti. In particolare, la corrente di Area appare destinata a rafforzare il proprio peso, consolidando una linea che ha già dimostrato capacità di incidere sugli orientamenti complessivi.
In questo quadro, anche le dinamiche legate alla futura guida dell’associazione difficilmente potranno sottrarsi a questa impostazione. Al di là delle appartenenze formali, è verosimile che la prossima leadership si collochi in continuità con questa linea, rafforzando ulteriormente un indirizzo che privilegia la difesa dell’esistente rispetto all’apertura al cambiamento. Tuttavia, è proprio qui che si annida il rischio più evidente. Il rafforzamento dell’ANM, infatti, potrebbe rivelarsi un boomerang. Perché nel momento in cui si sceglie di respingere ogni ipotesi di riforma, vengono meno anche gli alibi. Se il sistema resterà invariato, la responsabilità ricadrà inevitabilmente su chi ha sostenuto che non fosse necessario cambiarlo.
E se nei prossimi anni dovessero continuare a emergere le stesse criticità — a partire dal peso delle correnti nella gestione delle carriere e degli incarichi — diventerà sempre più difficile spiegare ai cittadini perché non si è voluto intervenire. La credibilità della magistratura, che è un bene essenziale per il funzionamento dello Stato di diritto, si gioca anche su questo terreno. Non basta difendere l’autonomia e l’indipendenza: occorre dimostrare di saperle esercitare in modo trasparente e responsabile. Per questo la partita non è affatto chiusa. È stata soltanto rimandata. E quando tornerà, lo farà in un contesto ancora più esigente, in cui le risposte non potranno più essere rinviate o eluse.