Altro che scelta autonoma. A Palazzo Chigi, raccontano fonti parlamentari, quella di Daniela Santanchè è stata una uscita accompagnata, maturata dopo un pressing serrato durato ore. Il celebre “obbedisco” scritto nella lettera alla premier ha il sapore di una resa politica più che di un gesto volontario.
La giornata si era aperta con un clima sospeso: la ministra chiusa nel suo ufficio, contatti continui tra via della Scrofa e il cerchio ristretto della presidente del Consiglio, e un messaggio sempre più chiaro che filtrava: serviva un segnale immediato. Dopo le dimissioni a catena di Andrea Delmastro e della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, la permanenza della Santanchè stava diventando un problema politico, prima ancora che mediatico.
Dietro la caduta della ministra del Turismo, però, c’è molto di più. Il punto che agita davvero Fratelli d’Italia è la sconfitta al referendum sulla giustizia, una batosta che ha lasciato segni profondi.
Nei corridoi della maggioranza si parla apertamente di uno scollamento nei territori. Il dato che preoccupa non è tanto il risultato nazionale, ma quello locale: proprio nelle aree dove il partito governa e dovrebbe essere più forte, il No ha sfondato con percentuali pesanti. In alcune zone si è superato il 60%, un segnale che molti leggono come una frattura tra vertice e base.
È in questo contesto che prende forma l’idea, mai dichiarata ma sempre più evidente, di una fase di “pulizia”. Non solo simbolica, ma politica. La Santanchè diventa così il primo tassello di una operazione più ampia di riposizionamento interno.
Con la casella del Turismo libera, il totonomi è partito immediatamente, ma questa volta non è il solito gioco di nomi. La scelta del successore ha implicazioni politiche molto più profonde.
A Palazzo Chigi si ragiona su un possibile riequilibrio geografico, con l’idea di puntare su una figura del Sud per recuperare consenso nelle aree più fragili. Una mossa che avrebbe un significato politico chiaro dopo il referendum, ma che non convince tutti dentro la maggioranza.
In alternativa, prende corpo l’ipotesi di un profilo più tecnico o semi-tecnico, capace di garantire operatività immediata senza aprire nuovi fronti politici. I nomi che circolano sono quelli di Gianluca Caramanna, figura interna a Fratelli d’Italia con esperienza nel turismo, di Elena Nembrini, attuale direttore generale dell’Enit, e di Sandro Pappalardo, oggi alla guida di Ita.
Sul nome di Giovanni Malagò, invece, si registra freddezza. Troppo autonomo, troppo poco controllabile per una fase in cui Palazzo Chigi vuole tenere tutto sotto stretto controllo. In pista anche Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d'IItalia.
Il nome che però agita davvero gli equilibri è quello di Luca Zaia. Un profilo forte, popolare, capace di dare immediata solidità al ministero. Ma anche una scelta potenzialmente esplosiva.
Affidare il Turismo alla Lega in questo momento significherebbe spostare gli equilibri interni della coalizione, rafforzando Matteo Salvini e creando inevitabili frizioni con Forza Italia. Non a caso, da ambienti azzurri trapela già un certo nervosismo. Ufficialmente Giorgia Meloni non ha ancora sciolto la riserva e non si presenterà immediatamente al Colle con un nome. Ufficiosamente, però, la partita è già entrata nella fase decisiva.
La linea è quella di evitare strappi nella maggioranza, dare un segnale politico dopo il referendum e al tempo stesso non apparire sotto pressione. Un equilibrio complicato, soprattutto in una fase in cui ogni scelta viene letta come un segnale di forza o di debolezza.
Ridurre tutto a una semplice sostituzione sarebbe un errore. Quello che si muove sotto traccia è un tentativo più ampio di rimettere in asse il governo dopo uno shock politico reale.
La Santanchè è il primo domino. Il tema vero è la tenuta del consenso e, soprattutto, la qualità della classe dirigente. È per questo che, tra i meloniani più lucidi, circola una domanda che pesa più di tutte: se si perde proprio dove si governa, cosa non sta funzionando?
La risposta non è ancora chiara. Ma una cosa, nei palazzi, è ormai condivisa: la fase due del governo è già cominciata.