In Italia sempre più giovani fanno uso di psicofarmaci: una soluzione veloce e facilmente accessibile, il cui utilizzo è aumentato vertiginosamente a partire dalla pandemia.
Con i farmaci vengono gestite anche le persone con disagi psichici che hanno commesso dei reati.
Le REMS, nate per sostituire gli ospedali psichiatrici nel nostro Paese, sono oggi al centro della gestione di questi detenuti, con evidenti criticità.
Le REMS sono strutture complesse e chiuse: trentuno quelle attive nel nostro Paese, distribuite in modo disomogeneo sul territorio.
Pensate per ospitare al massimo 600 persone, oggi i detenuti al loro interno sono in numero ben maggiore.
Lunga anche la lista d’attesa: ben 700 persone stanno aspettando di essere inserite, con il risultato che molte di loro restano in carcere in attesa di un posto che dovrebbe garantire cura e riabilitazione.
Secondo i dati, circa il 70% dei detenuti riceve terapie farmacologiche, spesso non abbinate a diagnosi psicoterapeutiche formalizzate: un fenomeno dettato dalla carenza di personale specializzato.
La mancanza di un numero adeguato di professionisti ha pesanti conseguenze sulla gestione terapeutica dei detenuti.
Ogni specialista dedica appena 7 ore settimanali a cento detenuti: di conseguenza, la quasi totalità di loro non ha accesso a un percorso psicoterapeutico continuativo e personalizzato.
Antipsicotici e benzodiazepine sono così usati come calmanti e “anestetizzanti” per garantire la sicurezza del detenuto e del personale: un fenomeno che può essere definito come una “deriva psichiatrica”.
Questi detenuti, un giorno, rientreranno nella comunità, in un sistema lavorativo e affettivo, e non saranno pronti.
Neanche la società sarà in grado di riaccoglierli adeguatamente.