24 Mar, 2026 - 20:27

Giustizia, la resa dopo il flop: via i “falchi” di Nordio, ora Giorgia Meloni tratta con le toghe

Giustizia, la resa dopo il flop: via i “falchi” di Nordio, ora Giorgia Meloni tratta con le toghe

Altro che riforma epocale. Altro che rivoluzione della giustizia. Il voto referendario ha fatto saltare il banco e, soprattutto, ha costretto il governo a una brusca retromarcia. Nei corridoi di via Arenula lo dicono senza troppi giri di parole: “così non si poteva andare avanti”.
Il risultato? Una scena che fino a poche settimane fa sarebbe stata impensabile: l’esecutivo di Giorgia Meloni costretto a riaprire il dialogo con le toghe. Non per scelta, ma per necessità.
Perché la sconfitta alle urne ha avuto un effetto preciso: ha tolto legittimazione politica allo scontro frontale.


Il retroscena: epurati i “barricaderi”, parte la linea morbida


Il passaggio chiave – raccontano fonti di governo – è avvenuto lontano dai riflettori. Prima le tensioni, poi le polemiche, infine le uscite di scena. Via la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, fuori il sottosegretario Andrea Delmastro.
Due figure considerate, dentro e fuori il ministero, tra le più “dure” nella gestione del conflitto con la magistratura.
Non è un caso. Perché il segnale politico è chiarissimo: si cambia musica.
Al loro posto prende quota la linea delle “colombe”, incarnata dal viceministro Francesco Paolo Sisto, che infatti parla apertamente di “nuovi percorsi” nei rapporti tra politica e magistratura.
Tradotto: basta muro contro muro, si apre una fase negoziale.


Nordio ammette la sconfitta (ma non molla)


A fare da perno è il Guardasigilli Carlo Nordio. Che, a differenza di altri esponenti della maggioranza, sceglie una linea di realismo politico: “le sconfitte si pagano”.
Una frase che a Palazzo Chigi è stata letta come un segnale preciso: fine della propaganda, inizio della gestione del danno.
Ma attenzione. Nordio non arretra sul merito. Anzi rilancia: le riforme si faranno comunque entro l’anno. Solo che non saranno più imposte, ma negoziate.
Ed è qui che si apre il vero dossier.


L’Anm fiuta il cambio di vento: “lavoriamo insieme”


Dall’altra parte, l’Associazione nazionale magistrati non si fa pregare. Anzi. Coglie immediatamente il segnale e rilancia con una proposta operativa: tornare al tavolo su temi concreti, come organici e digitalizzazione.
Il messaggio è chiaro: meno ideologia, più pragmatismo.
Una mossa che viene letta, anche dentro la maggioranza, come una vittoria tattica delle toghe. Dopo mesi di scontro, sono loro a dettare il perimetro del confronto.
E infatti il confronto riparte da dove si era fermato prima dello scontro sulla separazione delle carriere: un terreno tecnico, meno esplosivo politicamente.


Il vero nodo: il governo ha perso la narrazione


Dietro la riapertura del dialogo c’è però un elemento più profondo. Che non riguarda solo la giustizia, ma la strategia complessiva del governo.
La narrazione del “tutto sotto controllo” si è incrinata. E il referendum lo ha dimostrato in modo brutale.
Per mesi l’esecutivo ha raccontato una riforma inevitabile, necessaria, quasi già scritta. Poi gli italiani hanno detto no.
E da quel momento, spiegano fonti parlamentari, “non si poteva più far finta di nulla”.


Il rischio per Giorgia Meloni: trattativa o resa?


La domanda che circola ora nei palazzi è una sola: questa apertura è una scelta strategica o una resa obbligata?
Perché il rischio è evidente. Sedersi al tavolo con le toghe dopo averle attaccate per mesi espone il governo a una doppia critica: aver perso lo scontro e aver cambiato linea.
Eppure, al momento, non ci sono alternative. Perché senza dialogo, la giustizia resta ferma. E dopo il referendum, un altro muro contro muro sarebbe politicamente insostenibile.


Partita aperta: tregua vera o armistizio temporaneo?


La sensazione, tra chi segue il dossier, è che questa sia più una tregua che una pace definitiva.
Le distanze restano. Il nodo del correntismo dentro la magistratura è ancora lì, irrisolto. E le riforme strutturali restano un terreno minato.
Ma per ora, dopo mesi di guerra, basta anche solo abbassare i toni.
Perché il messaggio arrivato dalle urne è stato fin troppo chiaro: gli italiani non vogliono più scontri ideologici. Vogliono soluzioni.
E su questo, stavolta, governo e toghe sembrano – almeno a parole – d’accordo.

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