19 Mar, 2026 - 11:30

"Il testamento di Ann Lee": la nascita degli Shakers portata sul grande schermo da Mona Fastvold

"Il testamento di Ann Lee": la nascita degli Shakers portata sul grande schermo da Mona Fastvold

Nel 1736, a Manchester, nel Regno Unito, nacque Ann Lee, colei che poi passò alla storia come la leader degli Shakers, una comunità appartenente alla religione cristiana, ma all’epoca ampiamente discussa per gli aspetti innovativi e poco ortodossi di praticare il culto. Ann Lee venne alla luce in una famiglia assai modesta e sin da giovanissima sviluppò una forte fede e una certa avversione nei riguardi dell’intimità sessuale. Ciò nonostante si sposò con Abraham Standerin, un fabbro, originario anch’egli di Manchester. Da adulta lavorò come operaia tessile ed ebbe diversi figli (si suppone quattro), purtroppo tutti morti in tenera età. Il suo matrimonio a causa della reticenza nei confronti degli atti di passione, che le provocavano una vera e propria inquietudine, e il trauma dei gravi lutti subiti dopo ogni gravidanza, non fu mai felice. Si vociferava anche che il marito potesse essere segretamente omosessuale.

Questo scenario matrimoniale angosciante contribuì all’accrescimento del suo già molto sentito credo religioso. In particolare, la perdita prematura della prole rafforzò in lei l’idea che la carnalità rappresentasse il peccato, una manifestazione del male assoluto. A causa di ciò, Ann Lee decise di vivere separata dal marito prima ancora di lasciare l’Inghilterra, dedicandosi anima e corpo alla professione di fede. Perciò è facile ipotizzare che, senza una simile esperienza coniugale, la dottrina radicale e aspra degli Shakers sul celibato non avrebbe preso una forma tanto estrema. In quegli anni l’Inghilterra era disseminata di gruppi religiosi dissidenti e puritani, scontenti della Chiesa Anglicana, dalla quale non si sentivano rappresentati appieno. Ann Lee si unì a uno di questi, proclamandosi poco tempo dopo come una rivelazione femminile di Cristo, tentando di guidare i seguaci verso l’astinenza totale dal sesso e la vita comunitaria, fatta solo di lavoro, credo e rinuncia.

Per Ann Lee l’uguaglianza tra uomo e donna era un dato certo, che andava applicato anche al contesto cristiano: essendoci già stata una reincarnazione di Dio in Cristo, nato uomo, secondo il suo pensiero un giorno ce ne sarebbe stata un’altra, rinascendo donna. E i suoi sostenitori iniziarono a pensare che quella seconda reincarnazione di Dio fosse già avvenuta e che l’Altissimo avesse scelto proprio Ann Lee per manifestarsi ancora una volta in terra. Nel 1774 Ann Lee e una parte dei suoi seguaci emigrarono negli Stati Uniti e si stanziarono a poca distanza da Albany.

Ebbero dunque modo di strutturare ufficialmente il movimento, con una comunità autosufficiente, fatta di condivisione di beni e suddivisione collettiva dei lavori. Il nome Shakers fu designato a causa dei riti estatici, consistenti di canti e danze liberatorie come atto di connessione col Signore. Ma tali pratiche, spesso svolte indossando pochi indumenti, fecero subire agli Shakers diverse discriminazioni e aggressioni da parte dei fedeli più integralisti della società statunitense. Dopo la morte della leader, avvenuta nel 1784, il movimento continuò a esistere creando ulteriori raggruppamenti a New York, in Ohio, Kentucky e Massachusetts. Oggi sono rimasti soltanto due credenti attivi.

Mona Fastvold, sceneggiatrice e regista, legata sentimentalmente da diversi anni al collega Brady Corbet, col quale ha co-scritto la sceneggiatura del film The Brutalist, durante ricerche svolte per la sua pregressa pellicola, The World to Come (2020), è venuta a conoscenza della storia di Ann Lee e degli Shakers, rimanendo colpita e affascinata dall’intensità spirituale di questo gruppo così unito e dalle idee inconsapevolmente femministe. La scoperta è avvenuta imbattendosi negli inni shaker, mentre studiava le musiche e i canti religiosi degli Stati Uniti del Nordest. Impressionata da una figura tanto carismatica, mossa dal desiderio di uguaglianza e con la forza di tentare una leadership femminile in un’epoca in cui le donne non erano affatto libere, Mona Fastvold ha deciso di scrivere un soggetto ispirandosi alla vita di Ann Lee, con l’aiuto del compagno Corbet. Sembra che i due, dopo The Brutalist, abbiano sviluppato una predilezione per i biopic, che siano essi basati su figure davvero esistite o meno.

Al centro del lungometraggio, a metà tra dramma biografico e musical, primeggia l’attrice statunitense Amanda Seyfried nel ruolo protagonista, in un’interpretazione intensa e magistrale. Il linguaggio cinematografico scelto dalla cineasta si divide tra realismo storico e misticismo, confezionando un lungometraggio musicale immersivo, sensoriale, spirituale. Tutto in Il Testamento di Ann Lee è preciso e curato, dalla recitazione all’estetica, con la fotografia accattivante di Sofie B. Hellsten che ha contribuito a creare delle immagini di grande attrattiva. Purtroppo ho trovato l’intera opera noiosa, soporifera e poco coinvolgente. E non a causa del tema religioso, ma piuttosto per un ritmo narrativo lento, all’interno del quale pare non esserci l’anima e l’essenza del cinema. Difatti, la critica non è stata per nulla generosa, fatta eccezione per le capacità recitative della Seyfried. A malincuore, 3 stelle su 5.

 

 

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