17 Mar, 2026 - 09:45

Epic Fury, la guerra che rilancia Netanyahu e mette in difficoltà Trump

Epic Fury, la guerra che rilancia Netanyahu e mette in difficoltà Trump

Non è più soltanto una campagna militare. “Epic Fury” si sta trasformando in un gigantesco moltiplicatore politico capace di incidere direttamente sugli equilibri interni di Stati Uniti e Israele. Dietro la narrazione ufficiale – distruggere le capacità strategiche del nemico – si muove una partita molto più sottile, fatta di consenso, sopravvivenza politica e calcoli a lungo termine.
Il dato più sorprendente riguarda Benjamin Netanyahu. Fino a pochi mesi fa il premier israeliano appariva logorato: contestazioni interne, polemiche sulla giustizia, responsabilità politiche per il trauma del 7 ottobre. Oggi lo scenario è ribaltato. La guerra ha congelato il dissenso e riattivato il riflesso più antico di ogni sistema politico sotto attacco: stringersi attorno al leader.
I numeri dei sondaggi confermano questa inversione. Il consenso è risalito in modo significativo e, soprattutto, è tornata credibile l’ipotesi di una maggioranza stabile. Non si tratta solo di un recupero tecnico: è un cambio di percezione. In tempo di guerra, Netanyahu torna a essere figura centrale, quasi inevitabile. Le questioni giudiziarie e le critiche del passato scivolano in secondo piano, oscurate dalla priorità della sicurezza nazionale.
In questo senso, il conflitto funziona come una protezione politica. Più l’operazione prosegue, più il premier rafforza la propria posizione. Il tempo, anziché essere un nemico, diventa un alleato prezioso.


Il calo di consenso di Trump e il rischio di una nuova guerra lunga


Negli Stati Uniti, invece, il quadro è molto più complesso. Donald Trump aveva costruito gran parte della sua narrazione politica sull’idea di evitare conflitti prolungati all’estero. Il ritorno alla Casa Bianca era stato accompagnato da una promessa chiara: meno interventi militari e più attenzione alla crescita interna.
“Epic Fury” rompe questo schema. Il coinvolgimento americano è diventato rapidamente profondo, continuo e costoso. E questo ha un impatto diretto sull’opinione pubblica. I sondaggi mostrano una flessione del gradimento, in particolare tra gli elettori indipendenti e tra i più giovani, storicamente allergici a operazioni militari di lunga durata.
Il punto critico è proprio la percezione del tempo. Quella che doveva essere un’azione rapida si sta trasformando in un impegno aperto, senza una chiara via d’uscita. E nella memoria collettiva americana, i conflitti senza fine rappresentano un rischio politico enorme per qualsiasi presidente.
Inizia così a circolare, negli ambienti analitici, un’interpretazione sempre più discussa: quella di una possibile “trappola” strategica. L’idea è che Israele abbia spinto per un’escalation capace di vincolare Washington a un coinvolgimento prolungato, consapevole che per il governo israeliano la durata del conflitto rappresenta un vantaggio interno.
Trump, in questa lettura, si troverebbe in una posizione scomoda: obbligato a sostenere un’operazione che contraddice la sua linea politica originaria, con un costo crescente in termini di consenso.


L’effetto opposto sul fronte nemico: il regime si rafforza


C’è poi un altro elemento che complica ulteriormente lo scenario. L’obiettivo implicito dell’offensiva era anche quello di indebolire il fronte avversario dall’interno, favorendo fratture o addirittura un collasso del sistema di potere.
Ma sul terreno sta accadendo il contrario.
La pressione esterna ha prodotto un effetto di ricompattamento. Di fronte all’attacco, le divisioni interne si sono ridotte e le componenti più radicali hanno guadagnato spazio. Le voci critiche sono state marginalizzate, spesso con l’accusa di minare l’unità nazionale in un momento di emergenza.
Questo meccanismo è ben noto: sotto minaccia, molte società tendono a rafforzare il proprio assetto interno invece di indebolirsi. La narrativa della resistenza diventa uno strumento potente per consolidare il potere.
Di conseguenza, il risultato parziale di “Epic Fury” appare paradossale. Israele ottiene un rafforzamento politico interno, gli Stati Uniti affrontano un’erosione di consenso, mentre il fronte avversario si ricompatta invece di cedere.
È in questo intreccio che si gioca la vera partita. Non solo sul piano militare, ma soprattutto su quello politico. E, almeno per ora, il fattore tempo sembra premiare chi può permettersi di aspettare, non chi aveva bisogno di chiudere rapidamente.

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