17 Mar, 2026 - 09:18

Omicidio di Rogoredo, si aggravano le accuse per Cinturrino: "Premeditò tutto". Sette agenti indagati

Omicidio di Rogoredo, si aggravano le accuse per Cinturrino: "Premeditò tutto". Sette agenti indagati

Si aggrava il quadro accusatorio a carico di Carmelo Cinturrino, l'assistente capo del commissariato di Mecenate finito in carcere per l'omicidio di Abderrahim Mansouri, avvenuto il 26 gennaio scorso nel boschetto "della droga" di Rogoredo. Secondo i magistrati, l'agente avrebbe premeditato il delitto. Sale a sette, intanto, il numero dei colleghi indagati.

I 30 capi di imputazione e la premeditazione

A carico del poliziotto 41enne la Procura di Milano contesta oltre 30 capi di imputazione. Tra questi figurano, oltre all'omicidio volontario, anche il sequestro di persona, la detenzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti. E ancora: estorsione, concussione, percosse, arresto illegale, calunnia, falso, depistaggio e rapina.

La novità più rilevante riguarda l'introduzione dell'aggravante della premeditazione. Secondo gli inquirenti, in pratica, Cinturrino avrebbe pianificato il delitto di Mansouri dopo averlo più volte minacciato. "Dì a Zack (soprannome del 28enne, ndr) che quando lo vedo lo ammazzo", una delle frasi che avrebbe rivolto a suoi conoscenti nei giorni precedenti. 

L'inchiesta si allarga: sette agenti indagati 

Le testimonianze raccolte - almeno otto, considerando pusher e tossicodipendenti - saranno cristallizzate in sede di incidente probatorio. È salito a sette, intanto, il numero dei colleghi dell'agente indagati. Per quattro di loro l'accusa è di favoreggiamento e omissione di soccorso in relazione ai fatti avvenuti durante l'operazione antidroga del 26 gennaio. Un'agente è accusata di falso; un altro di aver eseguito un arresto illegale. 

L'omicidio di Mansouri e le testimonianze 

Per il momento Cinturrino ha respinto ogni accusa, definendo "fango" e "infamia" le voci su presunte richieste di soldi e stupefacenti agli spacciatori per lasciarli operare indisturbati nelle zone di Rogoredo e Corvetto, dove lavorava. Ai suoi nuovi avvocati, Marco Biancucci e Davide Giuseppe Giugno, avrebbe ribadito inoltre la versione della "legittima difesa".

Secondo la sua ricostruzione, quella sera avrebbe sparato a Mansouri perché quest'ultimo gli aveva puntato contro una pistola (risultata essere una replica a salve); quell'arma, però, secondo chi indaga, sarebbe stata posizionata accanto al corpo della vittima in un secondo momento, come emergerebbe anche dagli esiti degli accertamenti scientifici.

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