Fin dal principio della nuova indagine relativa al delitto di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto del 2007, diversi criminologi e analisti hanno evidenziato che in quello stesso periodo il paese della lomellina, e alcune zone limitrofe, sono stati teatro di suicidi a volte definiti anomali. Si tratta di omicidi simulati come suicidi? Può sussistere una qualche correlazione con il delitto Poggi? A rinvigorire questa ipotesi sono state le ricorrenti (e sconvolgenti) dichiarazioni di Massimo Lovati, ex difensore di Andrea Sempio rimosso dall’incarico il 14 ottobre del 2025.
Lovati seguita a dirsi convinto che né Alberto Stasi né Andrea Sempio siano gli autori dell’assassinio. Piuttosto Chiara sarebbe stata uccisa da un sicario inviato a Via Pascoli dai rappresentanti di un qualche (non meglio precisato) gruppo occulto formato da individui potenti, crudeli e ineffabili. A detta dell’avvocato il movente del delitto sarebbe consistito nella volontà di chiudere la bocca della ventiseienne, la quale sarebbe entrata in possesso di informazioni scottanti a proposito di strani riti e presunti sacrifici di bambini avvenuti all’interno del Santuario della Madonna delle Bozzole di Garlasco.
Le supposizioni di Massimo Lovati hanno dato adito a una serie di illazioni concatenate: e se Chiara non fosse stata l’unica a conoscere questi supposti segreti? E se gli altri “strani” decessi registrati in quell’area fossero in realtà la conseguenza di altrettante bocche scomode da tacitare per sempre? Menzionerò i casi più noti e, dopo aver speso anche delle parole sulle peculiarità e le diversificazioni del fenomeno del suicidio, cercherò di giungere a una conclusione.
È doveroso partire dalla morte di Michele Bertani, figura più volte evocata in quest’ultimo anno, da alcuni additato come uno dei possibili complici di Andrea Sempio, tanto che se ne è ipotizzata la riesumazione del cadavere. Amico d’infanzia di Sempio, Bertani si è impiccato nel 2016. Aveva ventisei anni. Era conosciuto per la sua passione verso l’esoterismo.
Sappiamo con certezza che frequentò il Santuario delle Bozzole, e grande interesse ha suscitato un post da lui pubblicato su Facebook due mesi prima di togliersi la vita. Il post recitava: “La verità sta nelle cose che nessuno sa”. Il povero ragazzo si stava forse riferendo a qualcosa che sapeva in merito all’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nove anni prima, e che non ha avuto il modo, il tempo o la forza di raccontare? C’è chi ne è convinto.
È comunque bene chiarire che la suddetta frase è estrapolata dalla canzone “La verità” dei Club Dogo, un gruppo musicale di cui Michele Bertani era assiduo ascoltatore. Un altro caso che vi sottopongo è avvenuto il 23 novembre del 2010. Parliamo della morte dell’ottantottenne Giovanni Ferri, meccanico in pensione originario di Vigevano. Il suo cadavere venne rinvenuto riverso a terra, con la gola e i polsi attraversati da tagli. Gli inquirenti considerarono la morte come un suicidio, anche se l’oggetto usato da Ferri per togliersi la vita non fu rintracciato nelle vicinanze.
Non risulta che l’anziano avesse alcun legame con la famiglia Poggi o con qualsiasi altra persona mai entrata nelle indagini. Tuttavia colpisce che il suo corpo giacesse a Garlasco su Via Mulino, la stessa strada in cui nel 1990 due giovani di nome Daniele e Giordano si tolsero la vita a bordo di una Panda rossa, utilizzando il gas del tubo di scappamento, dopo una serata trascorsa con degli amici che mai avrebbero pensato di salutare Daniele e Giordano per l’ultima volta.
Dubbi e polemiche intorno alla morte di Ferri sono divampati non solo per il mancato ritrovamento dell’oggetto letale, ma anche per il fatto che una parte degli inquirenti che si occuparono del caso, tre anni prima indagarono anche sull’omicidio di Chiara Poggi, e sono a stati oggetto di indagini per le proprie condotte investigative. Due anni dopo è la volta di Corrado Cavallini, quarantasei anni, medico di base della famiglia di Andrea Sempio e dello stesso Giovanni Ferri. Il dottore si tolse la vita tramite un’iniezione letale. Potremmo andare avanti più o meno a lungo, in base al ventaglio temporale che scegliessimo di scandagliare.
Ritengo che sia sufficiente citare ancora un ultimo caso: quello del maresciallo Romeo Braj, comandante del nucleo radiomobile della compagnia dei carabinieri di Vigevano, che nel marzo del 2013 guidò fino alla località di Cossolnovo, e qui si sparò in testa con la propria Beretta di ordinanza. È certo che laddove vi siano state lacune investigative nelle vicende che abbiamo citato e nelle altre che potremmo citare, occorre muoversi al più presto per colmarle. Penso soprattutto a ciò che non torna sulla morte di Giovanni Ferri.
Ma la quantità di tragedie che in quegli anni ha cosparso la lomellina di pianto e di sangue basta di per sé a dimostrare, o anche solo a suggerire, una correlazione reciproca, o con l’omicidio Poggi? Credo che la migliore risposta da dare a questa domanda sia: probabilmente no. E aggiungo: voler forzare a tutti i costi legami tra i vari drammi, partendo solo dall’assunto che alcune delle persone morte in modo tragico si conoscessero e risiedessero nella stessa area, rischia di applicare le nostre fantasie e i nostri pregiudizi all’analisi concreta dei dati e delle risultanze investigative. Il risultato non può che essere una foschia ancora più caotica di quella che attualmente avvolge il dibattito mediatico sull’omicidio di Chiara Poggi. In molti trascurano un mero dato statistico: negli ultimi decenni in Italia i suicidi si sono dimostrati assai più frequenti degli omicidi volontari. È da svariati anni che i delitti si attestano al di sotto della soglia delle quattrocento vittime.
Su questo fronte registriamo un oggettivo miglioramento. Purtroppo altrettanto non si può dire dei suicidi, che continuano a verificarsi al drammatico ritmo di quattromila persone che ogni anno scelgono di farla finita. Le associazioni mobilitate nel contrasto al fenomeno sottolineano che tra le categorie maggiormente esposte al rischio troviamo le fasce anagrafiche più giovani e i membri delle forze dell’ordine. Si noti come alcune delle persone decedute nei dintorni di Garlasco appartengano a tali fasce demografiche vulnerabili.
Probabilmente se prendessimo in analisi una qualsiasi altra area geografica i risultati non sarebbero molto diversi a livello numerico, con oscillazioni in base alla densità di popolazione, alla forbice temporale esaminata, e altre varianti. Non dobbiamo lasciarci ingannare dalle coincidenze. Ovvero, non dobbiamo credere che le coincidenze non esistano. Ricordate Zoe Trinchero? È la diciassettenne che a inizio febbraio è stata picchiata, uccisa e gettata in un canale a Nizza Monferrato (Asti). Il responsabile del delitto è stato individuato in un ragazzo di nome Alex Manna. Una sorprendente casualità ha voluto che Zoe fosse amica di infanzia di Matilde Baldi, di cui si era parlato ovunque meno di due mesi prima. Matilde infatti era stata investita e uccisa da una Porche in corsa a folle velocità sull’autostrada Asti - Cuneo.
Due giovani vite spezzate. Due famiglie precipitate nell’afflizione. Due esistenze che si erano incontrate e che nell’arco di una quarantina di giorni sono sparite dal pianeta. Questo non basta certo a ipotizzare che tra i due decessi vi sia un legame. Noi speriamo sempre che non ci riguardino, ci auguriamo che non si abbattano sulle persone a cui volgiamo bene, ma le morti tragiche, e lo stesso desiderio di togliersi la vita, possono presentarsi anche senza che si palesino particolari segnali pregressi. Dobbiamo tenere a mente che i modi e le circostanze dei decessi violenti sono molteplici. Non tutti hanno a che fare con omicidi volontari, non tutti sono il risultato di un sofisticato inganno che nasconde gli omicidi e li fa apparire come suicidi.