A metà del XVIII secolo, a partire dal Regno Unito, la Rivoluzione Industriale ha portato la popolazione occidentale verso il capitalismo e quello che doveva rappresentare un importante avanzamento sociale, promettendo progresso e condizioni di vita migliori per tutti, non ha fatto altro che rimarcare le differenze fra classi. La classe operaia ha gradualmente sostituito quella degli schiavi, collocando i lavoratori in una posizione che potremmo paragonare a quella delle macchine. Sfruttati a servizio della produttività estrema, dove il fatturato conta più dei diritti umani, gli operai sono finiti sul fondo della scala sociale, diventando invisibili e sacrificabili in nome del rendimento economico, a scapito anche della sicurezza.
Tra salari minimi, lavoro minorile e giornate di servizio da 12-16 ore ciascuna, è stato inevitabile che negli anni si arrivasse alle rivolte popolari; come le rivoluzioni del 1848, insorte in alcuni Paesi europei (Germania, Italia, Francia, Impero Austriaco), la Comune di Parigi, avvenuta nel 1871, subito dopo la guerra tra Francia e Prussia, che rappresentò il primo tentativo di governo operaio, durante il quale i lavoratori governarono la capitale francese per circa due mesi, o la Rivoluzione Russa del 1917, che contribuì alla nascita dell’URSS e del primo Stato socialista, guidato da Vladimir Lenin. Ma questo clima ha dato origine inoltre ai sindacati, alle idee socialiste e agli scioperi di massa. Marx stesso, partendo dalle differenze fra borghesia e proletariato, poneva la rivoluzione operaia al centro della sua teoria sul funzionamento della società e dell’economia, ovvero suggerendo una ridistribuzione del potere fra classi, abbattendo il sistema capitalistico e la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Se oggi le condizioni operaie sono comunque migliorate rispetto al passato, restano ancora tante questioni da risolvere, in primis quella della sicurezza nei cantieri e nelle fabbriche. Difatti, in Grand Ciel, il lungometraggio d’esordio del regista giapponese, naturalizzato francese, Akihiro Hata, gli operai protagonisti della narrazione vengono assorbiti dal cemento, riducendosi letteralmente in polvere, come metafora di un sistema capitalistico che inghiotte quegli esseri umani ritenuti trasparenti, non riconoscendone invece il ruolo fondamentale nella catena di produzione edile. Né tantomeno i diritti basilari, che dovrebbero spettare a chiunque.
Scritto insieme allo sceneggiatore Jérémie Dubois, Grand Ciel è ambientato in un piccolo comune francese in via di espansione. Vincent (Damien Bonnard), il personaggio principale, lavora come manovale in un cantiere di costruzione per un innovativo complesso residenziale, che si chiamerà Grand Ciel. Ma col passare delle settimane, sempre più colleghi inizieranno a sparire nel nulla, sostituiti dalla comparsa di una strana polvere di cemento.
Attraverso uno sviluppo narrativo drammatico, che strizza l’occhio al thriller e alla fantascienza, Akihiro Hata ci mostra la quotidianità degli “invisibili”, facendoci percepire in modo vivido l’insoddisfazione, la frustrazione, ma pure la quasi rassegnata disillusione di chi vive un’esistenza che lascia a bocca asciutta, sacrificandosi a servizio della comunità che non si accorge nemmeno della loro presenza. Da qui anche il desiderio di riscatto e di accedere a condizioni di vita più dignitose e civili, che a volte, senza rendersene conto, porta a diventare ancor più schiavi del padrone, voltando le spalle ai propri compagni. Buon esordio alla regia per Hata, sinora conosciuto come attore e regista di cortometraggi, che ci racconta gli ultimi dal punto di vista di chi resiste ai margini. 3,7 stelle su 5.