Non so se concordiate o meno con la sentenza passata in giudicato, che nel 2017 condannò Sabrina Misseri e Cosima Serrano al fine pena mai, in qualità di autrici dell’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi, cugina e nipote delle due donne. Non so che idea abbiate del ruolo giocato dallo zio Michele Misseri, il reo confesso meno ascoltato della storia, che da anni, fuori e dentro le aule di tribunale, ripete di aver assassinato la giovane in un impeto sessuale mentre entrambi si trovavano in garage.
“Ho fatto tutto da solo” questa la sua versione reiterata come un mantra dal momento in cui fece rinvenire il cadavere di Sarah dentro al pozzo di Contrada Mosca, “Merito il peggio. Mia moglie e mia figlia non hanno fatto niente”. Ma il peggio per lui non è arrivato. È arrivata soltanto una condanna per soppressione di cadavere e autocalunnia, e adesso Michele grida la propria colpevolezza da uomo libero. Infine, non so se pensiate che le dinamiche morbose che albergavano in casa Misseri abbiano influito sulla triste sorte di Sara.
Quel matriarcato incontrastato che tanto morboso interesse ha destato, quella mesta sottomissione dello zio contadino, tale da diffondere dubbi sin dall’inizio sulla possibilità che avesse fatto tutto da solo, quelle mura sordide del villino di Via Grazia Deledda 22, dove si è consumato il dramma, quel giardino che trasuda sordidi segreti familiari. Tutto ciò ha costituito il pilastro del dibattito mediatico sul delitto di Avetrana. E comunque voi la pensiate, che siate o meno d’accordo con le sentenze, è innegabile che ogni interpretazione seria dei fatti non possa che ruotare intorno a tre nomi: Sabrina, Cosima e Michele, un trilatero ormai scolpito nel pantheon maledetto della cronaca nera italiana.
Le sentenze hanno stabilito gerarchie di responsabilità nette e distinte: Sabrina e Cosima hanno strangolato Sarah per mezzo di una cintura, successivamente è intervenuto Michele per procedere con la soppressione del cadavere nel pozzo. Lo stesso Michele, piegato dai sensi di colpa e dall’estenuante interrogatorio condotto dal PM Buccoliero, consentì il ritrovamento del corpo il 6 ottobre 2010. Il movente del delitto, stando alle sentenze, sarebbe da ricondurre al livore di Cosima e di Sabrina, adirate a causa di alcune confidenze che Sara aveva origliato dalla cugina e aveva poi riferito al fratello Claudio, da tempo non più residente sotto il suo stesso tetto.
Nello specifico, la quindicenne si sarebbe lasciata sfuggire un racconto assai mortificante per Sabrina Misseri. Va qui ricordato che all’epoca Sabrina, ventiduenne, era perdutamente innamorata del militare Ivano Russo. I due si scambiavano centinaia di messaggi al giorno. Per lo più era lei a scrivere a lui. Alle amiche diceva che perderlo sarebbe stato il suo più grande incubo. Ebbene, poco tempo prima dell’omicidio, mentre erano appartati in macchina, Ivano chiese a Sabrina di spogliarsi lasciandole intendere che desiderava fare l’amore con lei, salvo poi ricredersi e dirle di rivestirsi.
La ragazza aveva vissuto questa esperienza come un’onta, e proprio di ciò Sarah parlò a Claudio. Così la vittima avrebbe involontariamente attivato la leva dell’odio della cugina, un sentimento alimentato dal sospetto che tra Sarah e Ivano stesse nascendo del tenero. Per quanto riguarda Cosima, la zia della vittima avrebbe partecipato all’omicidio perché non tollerava il pericolo che in paese si venisse a sapere dell’episodio della macchina, così umiliante per la figlia e per il buon nome (qualora ve ne fosse uno) della famiglia Misseri. Tra le aggravanti riconosciute a carico di Sabrina e Cosima nei vari gradi di giudizio, vi è anche la premeditazione, su cui oggi vorrei soffermarmi.
Che il delitto di Avetrana sia stato premeditato, infatti, è un’idea che mi lascia perplesso, al netto del fatto che nessun aggravante o attenuante potrà mai incidere sul carattere ignominioso e crudele dell’evento. Nelle sentenze si sposa la tesi che madre e figlia abbiano teso una sorta di trappola alla povera Sarah, e che lei inizialmente sia riuscita a sottrarsi al piano omicidiario, riversandosi in strada, tentando una fuga disperata. Cosima e Sabrina l’avrebbero rincorsa e intercettata in auto, sequestrata, ricondotta in casa e qui strangolata.
Questo passaggio è stato fondamentale, all’interno della ricostruzione complessiva dei fatti, per confermare l’aggravante della premeditazione. Dunque esaminiamolo più da vicino. L’inseguimento in macchina come sfondo della tragedia si è innestato nelle convinzioni degli inquirenti nel momento in cui i carabinieri acquisirono una delle testimonianze di Anna Pisanò, amica e cliente di Sabrina Misseri. Pisanò riferì che Giovanni Buccolieri, fioraio di Avetrana, le confessò di aver assistito alla scena del sequestro in auto.
A partire da questo, emersero due possibilità: che l’uomo non si fosse recato spontaneamente dalle autorità nel timore che, raccontando ciò che aveva visto nel pomeriggio del 26 agosto, avrebbe indirettamente svelato alla moglie i suoi spostamenti insoliti ad Avetrana, rivelatori della sua condotta di marito infedele. Oppure, si ipotizzò, il fioraio potrebbe aver semplicemente sognato la scena, anche a causa dell’isteria mediatica di quel periodo. Il sogno sarebbe poi stato riportato ad Anna Pisanò, che avrebbe però frainteso la natura del racconto, travisando come realtà ciò che è accaduto soltanto nella mente di un uomo che dormiva. Buccolieri fu indagato per falsa testimonianza.
Pertanto in tribunale si poté avvalere della facoltà di non rispondere. Così fece, trattenendo con sé il carico dei propri segreti, o dei propri sogni. Insomma, ci troviamo davanti a una testimonianza de relato, resa da una donna che si è dimostrata fin troppo zelante nel voler rivestire un ruolo attivo nel dibattimento processuale. Ma anche prescindendo dalla natura fittizia o meno dell’inseguimento, esiste un altro elemento, legato al contesto del delitto, che a mio avviso scoraggia l’idea della premeditazione. Torniamo quindi alla data del misfatto. È il 26 agosto 2010. Già in mattinata Sarah Scazzi si era recata a Via Grazia Deledda 22, per trascorrere del tempo con la cugina, come spesso amava fare.
Più di un testimone afferma che la quindicenne era serena, che non vi furono litigi né contrasti di nessuna sorta. In seguito Sarah tornò a casa, per poi incamminarsi di nuovo verso il villino dei Misseri. Le 14 sono passate da poco. Due turisti avvistano la giovane che cammina in strada. E proprio loro sono stati gli ultimi a vederla in vita. Ciò che più conta sottolineare è che Sarah si recò per la seconda volta da Sabrina per uno scopo ben preciso: la figlia di Cosima e Michele le aveva chiesto se le andasse di trascorrere una giornata con lei al mare. Avanzò la proposta tramite un messaggio inviato a Sarah.
Appare improbabile che, se davvero avesse voluto tenderle una trappola mortale (da sola o insieme alla madre), Sabrina avrebbe escogitato un metodo così facilmente tracciabile. Stiamo parlando della stessa assassina che, nei giorni successivi, si industriò con malizia per impossessarsi dei diari di Sarah al fine di verificare che non contenessero indizi o frasi contro di lei. Dobbiamo inoltre considerare che in concomitanza con l’arrivo di Sarah era previsto che a Via Grazia Deledda si presentasse anche un’amica di Sabrina, Mariangela Spagnoletti, insieme alla sorella minore. Il progetto era che anche queste ultime andassero in spiaggia con Sarah e Sabrina.
Pertanto la domanda centrale, che agisce da vero e proprio dardo contro il teorema del delitto programmato, è: perché progettare l’omicidio in una circostanza così scomoda ed “esposta”, sapendo dell’imminente arrivo di due potenziali testimoni scomode? Come già anticipato Sarah Scazzi era sempre entusiasta di trascorrere il tempo a casa Misseri. C’era già stata anche quella mattina. Cosima e Sabrina avrebbero potuto ucciderla in qualsiasi giorno e momento, attirandola in un luogo isolato con qualsiasi stratagemma, senza inviare messaggi.
È indubbio che la povera quindicenne si sarebbe fidata. Concludo ricordando che, infatti, non appena fermò la macchina, subito Mariangela Spagnoletti si accorse dello stato di agitazione di Sabrina, che andò incontro alla sua vettura e le segnalò che Sarah, conosciuta in paese per la sua puntualità, non si era ancora fatta viva.
Per quanto inizialmente fece di tutto per non suonare eccessivamente accusatrice contro l’amica, alla fine la testimonianza di Spagnoletti irrobustì l’impianto accusatorio nei confronti di Sabrina Misseri. Sabrina, Cosima e Michele. Torniamo a loro. Le tre personalità tetre che popolano questa vicenda agghiacciante. Comunque siano andate le cose, è ragionevole supporre che quando Sarah si avviò verso casa Misseri non si era ancora deciso di assassinarla. Una volta arrivata deve essere accaduto qualcosa di molto grave. Una lite feroce, forse, che in poco tempo ha dato inizio all’irreparabile.