Mentre le bombe cadevano sull'Iran, nello Studio Ovale della Casa Bianca si pregava. Diversi pastori evangelici hanno fatto cerchio attorno alla scrivania di Donald Trump, gli hanno posato le mani sulle spalle e sulla schiena - il gesto antico dell'imposizione delle mani - mentre lui stava seduto alla Resolute Desk. Il video è stato pubblicato da Dan Scavino, collaboratore di lunga data di Trump, e l'incontro era organizzato da Paula White Cain, capo dell'Ufficio per la fede della Casa Bianca. Le parole che si sentono: «Preghiamo affinché la tua benedizione e il tuo favore». La benedizione di Dio sulla guerra contro l'Iran. La reazione della grande stampa occidentale è stata perlopiù disagio estetico, qualche perplessità sul confine tra Stato e chiesa. Poi tutti avanti.
Nello stesso tempo quel sistema mediatico usava la parola "teocrazia" come un'accusa capitale contro l'Iran. Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato attacchi coordinati: l'operazione statunitense si chiama "Epic Fury", quella israeliana "Roaring Lion". Tra le giustificazioni ricorrenti, la necessità di porre fine a un governo teocratico. Giusta causa, nel dibattito pubblico occidentale, accettata senza riserve.
Il problema è che la parola "teocrazia" ha una geografia selettiva. Quando viene applicata all'Iran, uno Stato in cui il potere religioso ha tutela costituzionale e la Guida Suprema prevale su ogni istituzione eletta, è un'analisi corretta. Ma quando la stessa analisi dovrebbe applicarsi ad altri soggetti quella parola scompare. E comodo, in questo contesto, significa: pelle diversa dalla nostra, dio diverso dal nostro e, guarda la coincidenza storica, giacimenti petroliferi tra i più grandi del pianeta. L'Iran possiede le terze riserve di petrolio al mondo. Questo non spiega tutto ma non dirlo sarebbe disonesto.
Trump ha istituito con decreto esecutivo un "White House Faith Office" guidato dalla televangelista Paula White-Cain, ha creato una "Religious Liberty Commission" composta esclusivamente da esponenti cristiani conservatori, ha abolito i limiti all'attività politica dei pastori. Ha dichiarato alla Giornata Nazionale della Preghiera: «Stiamo riportando la religione nel nostro Paese». Alla domanda sulla separazione tra Stato e chiesa ha risposto: «Non so se sia una cosa buona o cattiva, ma lasciamo perdere per questa volta». Lo ha detto in un giardino della Casa Bianca. Il ministro dell'edilizia Scott Turner ha spiegato le politiche abitative della sua amministrazione con le parole: «Significa togliere lo Stato di mezzo rispetto a ciò che il Signore ha stabilito, quando ha creato l'uomo a sua immagine». Non è un predicatore. È un ministro del governo degli Stati Uniti.
Israele non è meno rilevante. Il partito del ministro delle finanze Bezalel Smotrich, Sionismo Religioso, ha come obiettivo dichiarato la trasformazione di Israele in una teocrazia ebraica. Smotrich ha proposto corsie separate negli ospedali per ebrei e arabi, ha definito gli arabi «i miei nemici» e ha pubblicato un piano per l'annessione dell'intera Cisgiordania su basi teologiche. Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, secondo analisti ascoltati da NPR, vuole «una teocrazia»: segregazione totale, criminalizzazione delle relazioni miste, fondamento religioso della legge civile. Non è un estremista ai margini del sistema. È dentro il sistema, al centro.
Viktor Orbán ha definito il suo modello «democrazia cristiana illiberale», ha comprato la fedeltà delle chiese ungheresi con finanziamenti pubblici massicci e ha usato la retorica cristiana per costruire leggi anti-LGBTQ+ e politiche di chiusura all'immigrazione. La sociologa Éva Fodor ha sintetizzato: «Questo non ha nulla a che fare con la religione e nulla a che fare con la tradizione europea. È una manovra puramente politica». Recep Tayyip Erdoğan ha demolito il laicismo kemalista, moltiplicato le scuole religiose Imam Hatip, reintrodotto il simbolismo islamico nelle istituzioni pubbliche e convertito Santa Sofia in moschea. La Turchia è nella NATO e resta candidata all'Unione Europea.
In Italia, la presidente del Consiglio si è presentata agli elettori con lo slogan «sono una donna, una madre, una cristiana», ha dichiarato a Budapest nel 2023 che «dobbiamo difendere Dio», ha scritto sul Giubileo come se il mandato governativo fosse la naturale prosecuzione di uno apostolico. Ministri del suo governo hanno giustificato provvedimenti legislativi con riferimento esplicito alla volontà divina. Salvini con il rosario, sgridato perfino dal vaticano, ve lo ricordate?
La domanda che nessuno vuole fare è questa: se la teocrazia è il problema, se il governo confessionale è incompatibile con la democrazia, perché questo standard si applica solo ai governi con un certo colore della bandiera? Se volessimo essere davvero coerenti con i principi che invochiamo mentre bombardiamo Teheran, quanti dei nostri alleati dovremmo bombardare?
Ovviamente non si bombarda nessuno degli alleati. Perché la teocrazia, come ogni altra categoria morale nella politica internazionale, non è un principio. È un'etichetta. Si attacca ai nemici e si stacca dagli amici con la stessa facilità con cui si cambia una bandiera sul pennone. Il video dello Studio Ovale resterà lì, agli atti, per quando qualcuno vorrà ricordare com'era fatto il volto di questa civiltà mentre spiegava al mondo come liberarsi dai governi di Dio. Quello degli altri.