09 Mar, 2026 - 10:12

Quando chi difende il sistema ne rivela le contraddizioni

Quando chi difende il sistema ne rivela le contraddizioni

Il fuori onda registrato all’Università della Valle d’Aosta tra Enrico Grosso, avvocato e presidente del comitato per il No al referendum sulla giustizia, e il presidente del Tribunale di Aosta dice molto più di tante dichiarazioni ufficiali. Non tanto per il contenuto della conversazione in sé, quanto per ciò che rappresenta sul piano simbolico. Perché mentre da mesi si continua a sostenere che il sistema attuale garantirebbe già pienamente l’indipendenza e la terzietà del giudice, emergono episodi che mostrano quanto possa diventare fragile, nella percezione dei cittadini, il confine tra i diversi ruoli e tra chi difende l’assetto esistente e chi esercita la funzione giurisdizionale.

Il punto non è criminalizzare una battuta o un momento informale. Nessuno pensa che una conversazione fuori onda debba trasformarsi automaticamente in un caso disciplinare o giudiziario. Ma quando il presidente del comitato che guida la campagna politica contro la riforma della magistratura dialoga con il presidente di un Tribunale su una vicenda processuale sulla quale quest’ultimo potrebbe potenzialmente essere chiamato a pronunciarsi, il problema non può essere liquidato come un dettaglio.

In uno Stato di diritto la giustizia non deve essere soltanto imparziale: deve anche apparire tale. È un principio elementare che ogni magistrato conosce bene e che dovrebbe orientare non solo le decisioni ma anche i comportamenti. Perché la credibilità della giurisdizione si fonda anche sulla distanza percepita tra chi giudica e chi è coinvolto, a vario titolo, nel dibattito pubblico o nella difesa di interessi contrapposti.

Ed è proprio qui che l’episodio assume un significato più ampio. Perché al centro della vicenda vi è Enrico Grosso, che negli ultimi mesi ha costruito gran parte della sua campagna referendaria sostenendo che il sistema attuale funzionerebbe già perfettamente e che quindi non vi sarebbe alcuna necessità di riformarlo. Eppure proprio questo episodio ripropone esattamente il problema che molti continuano a minimizzare: quello della percezione di prossimità tra mondi che, soprattutto quando si tratta di giustizia, dovrebbero restare rigorosamente distinti.

Naturalmente non è in discussione la legittimità del confronto tra un avvocato e un magistrato. Il dialogo tra professioni diverse è parte fisiologica della vita giuridica e nessuno può metterlo in dubbio. Il punto è un altro: la disinvoltura con cui talvolta vengono gestite relazioni che, per la delicatezza delle funzioni coinvolte, richiederebbero invece la massima attenzione.

Perché quando si difende lo status quo con tanta sicurezza bisognerebbe essere i primi a comprendere quanto sia importante evitare anche solo il sospetto di rapporti che possano apparire impropri. Altrimenti si rischia di dare l’impressione che ciò che agli occhi dei cittadini appare quantomeno inopportuno venga considerato del tutto normale da chi vive all’interno di quel sistema.

In realtà episodi come questo dimostrano una verità che da anni viene rimossa dal dibattito pubblico: il problema della giustizia italiana non riguarda soltanto le norme, ma anche una cultura istituzionale che per troppo tempo è stata raccontata in maniera ipocrita.

È proprio su questo terreno che torna centrale il tema della separazione delle carriere. I sostenitori del No ripetono da mesi che si tratterebbe di una riforma inutile, sostenendo che tra pubblici ministeri e giudici non esisterebbe alcuna contiguità reale e che il sistema attuale garantirebbe già un equilibrio perfetto. Ma la questione non riguarda soltanto i passaggi formali da una funzione all’altra, che pure esistono. Riguarda un modello complessivo che nel tempo ha prodotto una forte prossimità culturale, organizzativa e istituzionale tra chi accusa e chi giudica.

La separazione delle carriere nasce proprio per intervenire su questo punto. Non per delegittimare la magistratura, come qualcuno continua a sostenere, ma per rafforzarne la credibilità. Un giudice che appartiene a una carriera distinta da quella del pubblico ministero, con percorsi professionali e organi di autogoverno separati, è un giudice che appare più distante dall’accusa e quindi più terzo agli occhi dei cittadini.

Ed è singolare che chi oggi guida la campagna contro questa riforma continui a sottovalutare il valore dell’apparenza di imparzialità. Perché la fiducia nella giustizia non si costruisce con slogan o frasi fatte, ma con le regole e con i comportamenti. E quando chi difende il sistema così com’è si muove con una leggerezza che rischia di alimentare dubbi sull’opportunità di certi rapporti, finisce inevitabilmente per rafforzare le ragioni di chi ritiene necessario un cambiamento.

In fondo la questione è molto semplice. La giustizia deve essere percepita come distante da ogni forma di contiguità: non soltanto politica, ma anche culturale e relazionale. Se questa distanza non viene garantita con chiarezza, la fiducia dei cittadini inevitabilmente si incrina.

Per questo episodi come quello emerso all’Università della Valle d’Aosta dovrebbero indurre a una riflessione più seria da parte di chi continua a opporsi a qualsiasi riforma. Perché difendere il sistema così com’è, anche di fronte a situazioni che ne mettono in luce le fragilità, rischia di apparire più come la difesa di un equilibrio di potere che come la tutela dell’indipendenza della magistratura.

Gli italiani, del resto, non hanno l’anello al naso. E comprendono perfettamente quando il problema non è cambiare la giustizia, ma impedire che cambi.

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