06 Mar, 2026 - 15:55

L’analisi di Brunetta sulla guerra in Iran: “Ci stiamo liberando del più grande pericolo della storia recente"

L’analisi di Brunetta sulla guerra in Iran: “Ci stiamo liberando del più grande pericolo della storia recente"

Il presidente del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL), Renato Brunetta, difende l’operazione militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, denunciando un “bias narrativo” nel racconto della crisi. Secondo lui, la caduta del regime iraniano potrebbe aprire una nuova fase di stabilità internazionale e portare benefici alla sicurezza globale.

Una lettura controcorrente quella dell’ex ministro nei governi Berlusconi che critica il modo in cui i media occidentali raccontano la Crisi nel Golfo Persico  e sottolinea come in caso di regime change i vantaggi per la stabilità mondiali sarebbero di portata storica. 

Ecco cosa ha detto il presidente del Cnel nella sua rubrica “Rivoluzione in Corso” su Radio Radicale.

Bias narrativo e guerra asimmetrica: la visione di Brunetta sulla crisi in Iran

Secondo Brunetta, i media occidentali dallo scoppio della crisi iraniana si sarebbero concentrati troppo sul tema della violazione del diritto internazionale da parte di Israele e Stati Uniti, ignorando la pericolosità del regime iraniano per la sicurezza e la stabilità mondiale.

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“C'è un evidente bias narrativo, una profonda distorsione nel racconto di quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Da quarant'anni abbiamo di fronte l’Iran, uno Stato canaglia, in mano a un'autocrazia religiosa feroce, regressiva e criminale, che viola i diritti umani, delle donne e di ogni minoranza.”

Afferma l’ex ministro della Funzione Pubblica che evidenzia:

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“La narrazione giornalistico-istituzionale oggi si sofferma a cavillare sul rispetto del diritto internazionale riguardo l'azione di Israele e Stati Uniti, a fronte dell’attendismo dell’Europa e la postura ambigua di Spagna, Gran Bretagna e Francia. Ma chi si indigna, dov'era quando decine di migliaia di giovani iraniani venivano uccisi, accecati con colpi alla testa o impiccati solo per aver chiesto in piazza 'donne, vita, libertà”.

Nella sua analisi il presidente del CNEL parla di conflitto asimmetrico, un conflitto dove Usa e Israele hanno come obiettivi i siti militari e strategici del regime di Teheran, mentre l’Iran “in preda a una comprensibile disperazione, risponde sparando droni nel Golfo al solo scopo di generare caos economico e culturale”.

Brunetta ammette che esistono costi immediati dell’operazione: paralisi della mobilità aerea e congestione nello Stretto di Hormuz, ma li considera inferiori rispetto ai rischi di un Iran nucleare.

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“Esistono certamente costi dolorosi e blocchi critici, come la paralisi della mobilità aerea nell'area e l'imbuto navale nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, le speculazioni secondo cui i mercati e i traffici sarebbero saltati non sono vere, e questi costi temporanei sono nulla in confronto a ciò che avremmo visto se l'Iran si fosse definitivamente dotato dell'arma nucleare”.

Il regime change come chiave per la stabilità globale secondo Brunetta

Il fulcro dell’analisi è la convinzione che l’operazione militare occidentale possa portare a un regime change in Iran e aprire una nuova fase di stabilità internazionale. 

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“Il vero, enorme beneficio di questa operazione è il regime change.”

Afferma Brunetta che poi conclude: 

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“Spazzare via questa classe dirigente estremista e criminale porterebbe vantaggi di portata storica: la liberazione del popolo iraniano, la ricostruzione di un equilibrio non solo in Medio Oriente ma su scala globale. Con questa operazione ci stiamo finalmente liberando del più grande pericolo che la storia recente abbia conosciuto”.

Secondo Brunetta, dunque, la lettura dominante della crisi sottovaluta sia la gravità del regime iraniano sia i possibili benefici strategici di un intervento occidentale.

L’analisi si configura come una posizione anti mainstream, che mette in discussione la narrazione prevalente e rilancia la discussione sul ruolo di Stati Uniti, Israele e alleati nella gestione della crisi medio-orientale.

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