06 Mar, 2026 - 10:40

Uso delle basi Usa in Italia: cosa dicono gli accordi equando il governo può dire no

Uso delle basi Usa in Italia: cosa dicono gli accordi equando il governo può dire no

La crisi nel Golfo Persico ha riportato prepotentemente al centro del dibattito italiano la questione dell’utilizzo delle basi militari statunitensi presenti sul territorio italiano.

La tensione internazionale legata alla guerra tra Usa, Israele e Iran ha riportato sotto i riflettori la possibilità che alcune installazioni presenti sul territorio italiano possano essere utilizzate per operazioni militari americane. 

È proprio questa eventualità ad aver alimentato polemiche e interrogativi politici: l’Italia può davvero diventare una piattaforma logistica per eventuali attacchi? E soprattutto, chi decide se le basi Usa possano essere utilizzate per operazioni militari che coinvolgono paesi terzi?

Il  ha ricordato che la presenza militare statunitense in Italia è regolata da accordi bilaterali risalenti agli anni Cinquanta, stipulati nel quadro della cooperazione Nato e aggiornati nel tempo.

Secondo quanto spiegato dal governo, questi accordi non prevedono automaticamente l’utilizzo delle basi per operazioni di bombardamento o combattimento diretto.

Tuttavia il tema resta politicamente sensibile, perché in caso di richiesta formale da parte di Washington spetterebbe all’esecutivo italiano valutare come procedere.

Cosa prevedono i trattati: a chi spetta decidere?

La presenza delle basi militari americane in Italia è disciplinata da una serie di accordi firmati nel corso della Guerra fredda. Tra i principali figurano l’Accordo bilaterale sull’assistenza difensiva reciproca firmato a Washington il 27 gennaio 1950 e l’Accordo sulla sicurezza reciproca sottoscritto a Roma il 7 gennaio 1952.

Il quadro giuridico è stato poi definito in modo più preciso nel 1954 con due documenti fondamentali. Il primo è l’Air Technical Agreement, che stabilisce i limiti delle attività operative, logistiche e addestrative dei velivoli statunitensi sul territorio italiano.

Il secondo è il Bilateral Infrastructure Agreement (Bia), firmato il 20 ottobre 1954, considerato l’accordo “ombrello” che disciplina l’uso delle infrastrutture militari italiane da parte delle forze statunitensi.

Molti di questi documenti restano classificati e non possono essere declassificati unilateralmente. Nel 1995 è stato inoltre firmato il cosiddetto “Shell Agreement”, un memorandum of understanding tra il ministero della Difesa italiano e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Questo documento ha introdotto la possibilità di accordi tecnici specifici per ogni base militare, chiamati “technical arrangement”, che regolano nel dettaglio procedure operative e logistiche.

Quali sono i limiti all’uso delle basi militari statunitensi in Italia

Il sistema previsto dagli accordi si basa su una gestione condivisa delle installazioni. Formalmente le basi restano infrastrutture italiane e i comandanti sono militari italiani. Tuttavia il controllo delle attività operative, del personale e degli equipaggiamenti statunitensi resta sotto la responsabilità delle forze armate americane.

Gli accordi consentono principalmente attività di supporto logistico, addestramento, manutenzione e operazioni collegate alla cooperazione Nato. Non esiste invece un automatismo che autorizzi l’utilizzo delle basi per missioni offensive o bombardamenti.

Proprio per questo, nel caso in cui gli Stati Uniti intendano utilizzare le installazioni italiane per operazioni militari specifiche, è necessario un passaggio politico e diplomatico con il governo italiano. In altre parole, l’uso delle basi non è completamente libero, ma deve rispettare le condizioni stabilite negli accordi bilaterali e il quadro politico tra i due paesi.

L’Italia può rifiutare l’uso delle basi Usa? I precedenti storici

In teoria l’Italia ha la possibilità di negare l’utilizzo delle proprie infrastrutture militari per operazioni che non rientrano negli accordi esistenti. La decisione finale spetta al governo, che può coinvolgere anche il Parlamento nelle scelte politicamente più rilevanti.

Nel corso degli anni ci sono stati casi in cui le basi italiane sono state utilizzate per operazioni militari statunitensi o Nato, ad esempio durante le missioni nei Balcani negli anni Novanta o nelle operazioni in Medio Oriente. Tuttavia non sono mancati momenti di tensione diplomatica, in cui Roma ha chiesto chiarimenti o ha posto condizioni sull’utilizzo delle installazioni.

Il memorandum del 1995 prevede inoltre che gli accordi possano essere modificati o revocati con un preavviso di un anno da parte di uno dei due paesi.

Questo significa che, almeno dal punto di vista giuridico, la cooperazione militare resta frutto di un equilibrio politico tra Italia e Stati Uniti e non di una concessione automatica e permanente.

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