Il rumore dei missili rischia di coprire quello delle urne. A Palazzo Chigi il vero spettro che agita le notti non è l’opposizione ma la guerra scatenata da Donald Trump contro l’Iran. Un conflitto che, al di là delle conseguenze geopolitiche, potrebbe avere un impatto diretto e devastante sul referendum sulla giustizia.
Secondo quanto filtra da ambienti parlamentari, la preoccupazione di Giorgia Meloni è doppia: mediatica ed elettorale. E sullo sfondo incombe il dossier più delicato di tutti, quello relativo all’eventuale utilizzo delle basi Nato in Italia.
La prima paura è semplice: con una guerra in corso, l’agenda dei media cambia. I talk show si riempiono di generali, analisti strategici e inviati dal Medio Oriente. I telegiornali aprono con bombardamenti e vertici d’emergenza. Il referendum sulla giustizia scivola in fondo alla scaletta.
Per un governo che, secondo diversi sondaggi riservati, vedrebbe il fronte del No in vantaggio, la riduzione dello spazio mediatico è un problema enorme. Senza visibilità, spiegano fonti di maggioranza, diventa difficile rimontare e convincere gli indecisi. Il rischio concreto è che l’astensione aumenti e che il dibattito venga schiacciato da uno scenario internazionale drammatico.
In altre parole: meno attenzione pubblica significa meno possibilità di orientare il voto.
Ma il nodo più politico riguarda il rapporto tra la premier e Trump. Negli ultimi anni Meloni ha coltivato un asse privilegiato con il leader americano, accreditandosi come interlocutrice europea solida e affidabile. Una strategia che, in tempi normali, rafforza il profilo internazionale dell’Italia.
Il problema è che una guerra contro l’Iran cambia tutto. Nell’opinione pubblica italiana le operazioni militari in Medio Oriente non sono mai state popolari, soprattutto se percepite come iniziative unilaterali di Washington. E la figura di Trump, già divisiva, rischia di diventare ancora più ingombrante.
L’opposizione è pronta a saldare i due fronti: politica estera e referendum. Il messaggio è semplice e potenzialmente efficace: votare contro il governo per mandare un segnale anche sulla linea internazionale. Un cortocircuito che a Palazzo Chigi vogliono evitare a ogni costo.
Il retroscena più sensibile riguarda però le basi Nato presenti sul territorio italiano. Secondo quanto siamo in grado di ricostruire, da Washington sarebbe già arrivato un segnale informale: in caso di escalation, potrebbe rendersi necessario l’utilizzo delle infrastrutture militari in Italia per operazioni legate al conflitto con l’Iran.
Non una richiesta ufficiale, ma un preavviso politico. Quanto basta per far scattare l’allarme.
Concedere l’uso operativo delle basi significherebbe entrare in una zona grigia ad altissima tensione. Formalmente si tratterebbe di cooperazione nell’ambito delle alleanze internazionali; politicamente, però, verrebbe percepito come un coinvolgimento diretto in una guerra lontana.
E in piena campagna referendaria il tema potrebbe esplodere. Manifestazioni, polemiche parlamentari, accuse di subordinazione a Washington: lo scenario che preoccupa il governo è quello di un clima incendiato proprio alla vigilia del voto.
Per questo, raccontano fonti di governo, la linea attuale è improntata alla massima prudenza. Toni misurati, nessuna dichiarazione muscolare, attenzione a non trasformare la fedeltà atlantica in un boomerang domestico.
Meloni si trova davanti a un equilibrio complicato: da un lato il rapporto con gli Stati Uniti e il posizionamento internazionale dell’Italia; dall’altro il consenso interno e la tenuta politica su un referendum già incerto.
La guerra tra Trump e l’Iran, insomma, non è solo una crisi geopolitica. È un fattore che rischia di pesare direttamente sulle urne italiane. E a Palazzo Chigi lo sanno bene: a volte la partita decisiva non si gioca a Roma, ma a migliaia di chilometri di distanza.