02 Mar, 2026 - 16:47

L’università italiana dei numeri: quando la laurea diventa una questione di vita o di morte

In collaborazione con
Miriam Del Regno
L’università italiana dei numeri: quando la laurea diventa una questione di vita o di morte

Al termine del percorso scolastico superiore, un giovane di circa 18 o 19 anni si trova di fronte due principali opzioni accademiche: l’iscrizione a un corso di laurea triennale oppure a una magistrale a ciclo unico. Sebbene la denominazione del percorso triennale suggerisca chiaramente una durata di tre anni, la realtà dei fatti è ben diversa. Esistono facoltà e atenei che rendono il completamento degli studi nei tempi prestabiliti un obbiettivo quasi irraggiungibile per la maggior parte degli iscritti.

Nonostante l’evidenza di un numero altissimo di studenti fuori corso, il sistema continua a considerare la durata nominale come l’unico standard di riferimento accettabile. L’impatto con il mondo accademico inizia spesso con una serie di test d’ingresso, talvolta necessari anche laddove non sarebbero formalmente previsti dal piano di studi scelto.

L’iter burocratico per l’immatricolazione in grandi università pubbliche, come ad esempio la Sapienza di Roma, si rivela spesso una sfida di estrema complessità, rappresentando il primo vero scoglio da superare. Una volta completata l’iscrizione, lo studente viene catapultato in una dimensione totalmente inedita. Il passaggio dal liceo, dove il rapporto con i docenti è diretto e personale, all’università è traumatico: ci si ritrova a essere solo un numero di matricola tra migliaia.

In questo contesto, molti studenti percepiscono un senso di abbandono e un sostanziale disinteresse da parte dei professori riguardo al proprio rendimento o alle proprie difficoltà, sentendosi soli in un ambiente estraneo.

Qual è l’impatto dell’università sulla vita di un giovane?

Le statistiche confermano una tendenza allarmante: un numero crescente di studenti abbandonano gli studi già al termine del primo anno, e una quota significativa desiste durante il secondo. Tuttavia, la percentuale più consistente è rappresentata da chi finisce fuori corso.

Esiste poi una fascia di ragazzi che vive questa condizione con una sofferenza insostenibile; il peso del fallimento, l’idea di dover rinunciare o di non riuscire a stare al passo con i tempi dettati dal sistema diventa un fardello tale da spingere, in casi estremi e drammatici, alla scelta tragica del suicidio.

Questa deriva è alimentata da una pressione psicologica sproporzionata, che scaturisce sia dalla competizione esasperata con i collegi, sia dalle aspettative familiari. Domande presenti come “quanto ti manca alla fine?” O “quanti esami devi ancora sostenere?” Diventano fonte di ansia profonda. Spesso i parenti, ricordano i successi scolastici del ragazzo al liceo, faticando a comprendere che l’università risponde a dinamiche com plebeamente diverse e molto più ostiche.

Il panorama cambia radicalmente se si osserva il mondo delle università private. Spesso tra i giovani, scegliere un ateneo privato viene erroneamente etichettato come un ripiego o un modo per “comprare” il titolo di studio. La realtà è differente: si tratta di una scelta orientata verso un ambiente dove lo studente è più seguito, le aule sono meno affollate e la presenza costante di tutor garantisce un supporto reale. Questa organizzazione favorisce una maggiore serenità nell’affrontare gli esami e aumenta sensibilmente le probabilità di concludere il percorso di studi nei tempi previsti.

A cura di Miriam Del Regno

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