02 Mar, 2026 - 11:41

Dove ci porterà la guerra voluta da Netanyahu e Trump?

Dove ci porterà la guerra voluta da Netanyahu e Trump?

Sabato 28 febbraio alle prime ore del mattino si è scatenato un attacco aereo congiunto dell’aviazione USA e israeliana su obiettivi militari, con ovvie ripercussioni sui civili, della Repubblica Islamica dell’Iran. Gli obiettivi di questo attacco tutt’ora in corso si possono ricavare dalle dichiarazioni di Trump e Netanyahu e si riferiscono essenzialmente all’esigenza di far venir meno la possibilità che in futuro l’Iran possa minacciare paesi come USA e Israele, riducendo ai minimi termini la possibilità per l’Iran di dotarsi di un’arma nucleare.

Quali scenari aprirà questa guerra? Porterà ai risultati che i suoi artefici si sono posti? Ne parliamo con il prof. Enrico Ferri, docente di Filosofia del Diritto e di Storia dei Paesi Islamici all’Unicusano.

D) Prof. Ferri, cominciamo con la classica domanda da un milione di dollari: “Dove ci porterà l’attacco scatenato da USA e Israele contro l’Iran”?

R) In realtà la sua domanda ne contiene a dir poco tre o quattro. Bisognerà vedere quali saranno le conseguenze di questa guerra sull’assetto politico istituzionale dell’Iran, in che modo si ripercuoterà negli equilibri socio-politici negli Usa e in Israele. Ancora, quali saranno le conseguenze della guerra nel contesto medio-orientale, a partire dai paesi confinanti o assai vicini all’Iran, paesi come il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq, la Turchia, l’Armenia, l’Azerbaigian o l’Arabia Saudita, gli Emirati e l’Oman. Alcuni di questi vengono da recenti guerre e drammatiche crisi istituzionali, altri sono stati già coinvolti, in quanto sedi di basi militari USA.  

D) Semplifichiamo questo quadro assai complesso. Lei crede realistico e a portata di mano l’obiettivo di azzerare le capacità militari in ambito nucleare dell’Iran e con esse la capacità di costituire, in futuro, una minaccia seria per Israele e altri stati?

R) Nel giugno del 2025, dopo l’attacco aereo sui siti iraniani, ci avevano assicurato che la minaccia nucleare iraniana non avrebbe potuto realizzarsi negli anni a venire, perché i siti nucleari dell’Iran erano stati distrutti o ridotti all’impotenza. Ora si scatena una guerra come se la situazione fosse di segno contrario e vedesse una reale ed incombente minaccia nucleare da parte iraniana.

D) Non è così?

R) Mai come ora la repubblica islamica dell’Iran è stata così debole e il suo ruolo nel contesto medio-orientale così ridimensionato. Tale crisi è la stessa del mondo sciita di cui l’Iran è stato per decenni l’alfiere. Realtà come la Siria di Bashar al-Assad o l’Iraq del radicalismo sciita non esistono più; gli Sciiti libanesi e le milizie hezbollah assai ridimensionati, come gli sciiti yemeniti. All’interno del paese c’è una forte opposizione, anche se frastagliata e disarmata. Le recenti rivolte popolari, sedate in bagni di sangue, ne sono una riprova. I sostenitori dell’Iran sul piano internazionale, come la Federazione russa e la Cina, per motivi diversi si sono sempre guardati dal dare all’Iran un supporto che andasse al di là di vuote e formali dichiarazioni. Mai come ora la presunta minaccia iraniana sembra essere del tutto inconsistente.

D) Quanto lei sostiene potrebbe rendere credibile il progetto americano ed israeliano di dare una spallata finale all’Iran teocratico e promuovere un cambio di regime nel Paese.

R) Nell’Iran politica interna ed internazionale sono due piani speculari, ma non sovrapponibili. Il regime sciita nell’Iran vige da 47 anni, è fortemente radicato, organizzato ed ha il consenso di una parte consistente della popolazione. Esiste un’opposizione interna assai disarticolata, molti leader dell’opposizione sono all’estero, altri agli arresti.

D) Trump e Netanyahu hanno detto agli iraniani che dopo aver smantellato la forza militare iraniana, in primis i Guardiani della Rivoluzione, spetterà al popolo riappropriarsi del potere. C’è la reale possibilità che si apra uno scenario di questo tipo.

R) Innanzitutto vedo assai improbabile che una serie di raid aerei, seppure prolungati e micidiali, possa determinare il collasso del regime sciita in Iran. Non è avvenuto in Vietnam o in Afghanistan dove gli americani hanno anche controllato per anni con l’esercito ampie parti del territorio, figuriamoci dopo qualche settimana di bombardamenti in Iran. Il regime sciita degli ayatollah e la sua guardia armata, i Guardiani della Rivoluzione, resteranno operativi anche dopo la fine dei raid aerei sull’Iran. Fra l’altro, un’alternativa all’attuale regime teocratico è tutta da costruire.

D) Quali sono, allora, i reali obiettivi dell’attacco aereo da parte israeliana ed americana?

R) L’obiettivo israeliano appare evidente, ridimensionare al massimo grado la possibilità/capacità dell’Iran di essere operativo e letale. Indebolirlo sul piano militare, acuire i contrasti interni, ridimensionare ulteriormente la capacità del regime degli Ayatollah di essere un punto di riferimento politico, militare e ideologico per il mondo sciita del medio-oriente.

D) E gli USA cosa si propongono di ottenere con questo attacco?

R) Difficile dire quali siano gli intenti dell’Amministrazione Trump, oltre quelli di assecondare Netanyahu. Molti vedono il primo a rimorchio del secondo, non solo per i tradizionali legami politici ed internazionali che legano USA ed Israele, ma anche per più prosaici motivi legati al caso Epstein, personaggio di origini ebraiche e sicuramente legato al Mossad, anche se non sappiamo a quale livello.  Dire che gli USA, la più grande e conclamata potenza militare ed economica del pianeta, vogliano prevenire non la minaccia di un paese come l’Iran, distante fra l’altro  diecimila chilometri, ma la possibilità di una futura minaccia appare francamente assai poco credibile.

D) Torniamo alla questione di partenza, quale saranno gli esiti probabili dell’attuale attacco contro l’Iran?

R) L’Iran indubbiamente, come stato e come regime, ne uscirà indebolito. Questo difficilmente porterà ad un cambio istituzionale. Bisognerà sempre e comunque fare i conti con il regime sciita, con tre possibili opzioni: l’avvento di una classe politica sciita più moderata e dialogante, per quanto sia possibile esserlo a personaggi come gli Ayatollah. Una radicalizzazione dell’attuale classe dirigente, in nome della difesa della nazione e dell’Islam dagli attacchi del “Grande Satana”. La terza opzione, la più tragica, vedrebbe un collasso almeno parziale del regime, con un conseguente conflitto interno simile ad una guerra civile.

D) E sul piano internazionale quali sarebbero le conseguenze?

R) Una grave crisi in un contesto assai delicato come il Medio Oriente, crisi che si andrebbe ad aggiungere ad altre ancora non risolte, penso ad esempio alla questione Kurda, sarebbe foriera di altra instabilità. Ma non solo. La chiusura dello stretto di Hormuz, fra l’altro, avrà pesanti ripercussioni sul piano energetico.

D) Avrà ripercussioni anche in Europa e in Italia…

R) Avrà notato che dell’Europa e dell’Italia non si è parlato nel corso di questa intervista. Sono figure di secondo piano che ancora una volta non hanno nessun rilievo sul piano della grande politica internazionale.

 
 
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