01 Mar, 2026 - 18:29

Quando Barucci rifiutò di fare il presidente del consiglio dei ministri

Quando Barucci rifiutò di fare il presidente del consiglio dei ministri

Il presidente del Monte dei Paschi lo ha fatto (dall’11 maggio 1983 al 28 maggio 1990), il presidente del consiglio dei ministri non lo volle fare. Piero Barucci, scomparso il 26 febbraio, fiorentino e tifoso della Fiorentina, nato in riva all’Arno nel 1933, il 29 giugno, quando a Siena si “danno” i cavalli, prima di sedere sulla massima poltrona di Rocca Salimbeni si è laureato in Economia con lode, poi ha fatto il professore di Economia politica e Storia delle Dottrine economiche e il preside della facoltà di Economia a Firenze. Dopo l’esperienza montepaschina è stato amministratore delegato del Credito italiano, presidente dell’Abi, ministro del Tesoro e della Funzione pubblica nel governo di Giuliano Amato e titolare del Tesoro nel governo successivo guidato da Carlo Azeglio Ciampi. 

Scalfaro pensò al professore fiorentino per guidare il governo

E sono tutte notizie note mentre meno conosciuto è il “No” di Barucci alla proposta che gli fece il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro di formare il governo. Lo scrivo su “Facce da Monte” edito da Betti, riprendendo la rivelazione di Francesco Damato, editorialista di lunga esperienza, rievocando il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari predisposto nell’estate del 1992 dal primo governo Amato “all’insaputa di tutti i ministri, del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che tuttavia firmò il decreto legge, e dell’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Che protestò con una lunga telefonata al presidente del Consiglio, di cui nel 1993 avrebbe peraltro preso il posto su scelta personale di Scalfaro. E il suo fu l’ultimo governo, direi anfibio, della cosiddetta prima Repubblica, incaricato non tanto di rimettere a posto i conti quanto di preparare la nuova legge elettorale con la quale mandare gli italiani al più presto alle urne dopo il referendum contro il vecchio metodo proporzionale”.

Scalfaro “forse anche perché sorpreso pure lui da quel decreto che dovette firmare per poter pagare stipendi e pensioni in pericolo, se ne pentì a tal punto che cominciò ben prima delle dimissioni arrivate nell’aprile del 1993, dopo il referendum sul sistema elettorale, a pensare come sostituirlo. E si rivolse per competenza e affinità politica all’allora ministro del Tesoro Piero Barucci, che poi mi raccontò personalmente di avere declinato l’offerta di Scalfaro, per cui al Quirinale fu chiamato al momento opportuno, per la successione ad Amato, l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi. Con tutto il resto che seguì.

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