Il silenzio che è calato su Teheran sabato 28 febbraio non era quello della sottomissione, ma quello sospeso di un respiro trattenuto per quarantasette anni. Poi, il boato. Non solo quello delle esplosioni, ma quello, molto più assordante, di un’illusione che si frantumava. Ali Khamenei, l'uomo che si faceva chiamare "Guida Suprema", l’ombra lunga che ha oscurato il sole della Persia per decenni, non c’è più. Il Giorno Zero è finalmente arrivato.
Mentre il mondo guardava incredulo, le stazioni televisive del governo iraniano hanno tentato di congelare il tempo, poi hanno mostrato ossessivamente una foto di Khamenei, accompagnata dalla recita del santo Corano e da quel nastro nero nell'angolo sinistro dello schermo, simbolo della morte avvenuta ma anche di un lutto che il popolo, nelle strade, non sente suo. Hanno annunciato 40 giorni di lutto e sette giorni di festività nazionali, un ultimo disperato tentativo di imporre una solennità che la storia ha già rigettato.
Le emittenti hanno letto una dichiarazione del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (SNSC), confermando formalmente la morte e puntando il dito contro gli Stati Uniti e Israele. È stato riferito che nell'attacco sono rimasti uccisi anche la figlia, il genero e un nipote del leader. Ma oltre la propaganda, oltre le accuse geopolitiche, resta un fatto nudo e crudo: il pilastro di un tempio costruito sull'oppressione è crollato.
Non possiamo dimenticare cosa stiamo celebrando oggi. Per l’Iran si apre una pagina nuova, ma il libro che stiamo chiudendo è intriso di sangue. In Iran i diritti umani sono stati violati sistematicamente per decenni. Secondo fonti indipendenti, solo nelle ultime proteste più di 30.000 manifestanti sono stati violentemente uccisi.
Siamo stati testimoni di un regime così crudele da compiere esecuzioni sommarie su vittime giovanissime: studenti e donne, contro cui il potere si è scagliato con una ferocia inaudita. Abbiamo appreso di donne rapite, stuprate e mutilate nelle aree interne per il solo "crimine" di aver desiderato la libertà. Un regime così sadico da usare i cadaveri dei manifestanti come strumento di tortura, costringendo le famiglie a pagare circa 6.000 dollari per il rilascio delle salme. Hanno lucrato sul dolore, sul corpo martoriato dei loro stessi figli. Questo era il volto della "Guida Suprema".
Oggi le immagini delle piazze che esultano parlano chiaro: il popolo iraniano vuole dignità. Vedere quelle madri, che hanno perso tutto, alzare gli occhi al cielo con un’espressione che non è più rassegnazione ma sfida, lacera l’anima e la riempie di speranza. Non c’è cinismo nel gioire per la fine di un tiranno; c’è solo giustizia. Da Mashhad a Isfahan, il "Macellaio" è uscito di scena, lasciando ferite che solo la libertà potrà iniziare a rimarginare.
L’intoccabile è stato toccato. L’eterno è diventato polvere. Chi conosce l’Iran vero — quello dei poeti, dei registi censurati, delle studentesse che studiano al lume di candela dei musicisti che suonano nei garage o delle danzatrici che ballano con la paura di venir scoperte - sa che dal 1979 il Paese è stato un corpo vivo intrappolato in un’armatura di dogma. La Repubblica Islamica non ha portato fede, ha portato una prigione.
Ora il mondo non può restare a guardare. Serve un impegno politico e diplomatico forte, concreto e coerente per accompagnare l’Iran verso una vera transizione democratica. Non è il momento delle esitazioni pragmatiste; è il momento di sostenere chi vuole costruire uno Stato fondato sul rispetto della persona e sullo Stato di diritto. Il Giorno Zero che rimarrà nei libri di scuola, ci ha regalato una certezza: la storia non è immobile. Il cambiamento non è più un’utopia da sognare in esilio, ma una materia grezza, calda e pulsante, che il popolo iraniano ha finalmente tra le mani. Sabato 28 febbraio non è morto solo un uomo; è morta l’idea che il terrore potesse durare per sempre.
È il tempo della responsabilità. È il tempo della libertà. Oggi l'Iran non prega per la Guida. Oggi l'Iran respira. E in quel respiro si sente finalmente il profumo di un futuro che non ha più paura di essere pronunciato a voce alta.