01 Mar, 2026 - 10:11

L’ultima notte di Khamenei: il bombardamento sul bunker, il recupero del cadavere, il segreto delle immagini

L’ultima notte di Khamenei: il bombardamento sul bunker, il recupero del cadavere, il segreto delle immagini

Khamenei è morto. L’Iran lo ha confermato all’alba del 1 marzo, aprendo una fase senza precedenti per la Repubblica islamica dopo 35 anni di dominio della stessa Guida suprema.

Il raid sul compound di Teheran

Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio una serie di attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele ha colpito obiettivi strategici in diverse città iraniane, tra cui Teheran, Qom, Isfahan e Bushehr. Tra i bersagli principali c’era il complesso fortificato della Guida suprema nel cuore della capitale, residenza e centro nevralgico del potere khomeinista.

Le immagini satellitari diffuse nelle ore successive mostrano il compound pesantemente bombardato, con edifici crollati e una colonna di fumo nero che si alza dall’area che ospitava l’ufficio privato di Ali Khamenei. Secondo i media iraniani, la Guida si trovava nel complesso quando è partito il primo attacco, descritto dalla tv di Stato come un “martirio al suo posto di lavoro” nel pieno del confronto con la “arroganza globale”.

Israele ha rivendicato esplicitamente l’eliminazione del leader, definendo Khamenei un obiettivo militare diretto e affermando che l’operazione mirava a decapitare la catena di comando politico‑militare iraniana. Nei raid sarebbero stati uccisi anche alti comandanti dei Pasdaran, tra cui il generale Mohammad Pakpour, uno degli architetti della repressione interna e delle operazioni esterne delle Guardie rivoluzionarie.

Le ore di caos e la conferma ufficiale

Per quasi 24 ore dopo il bombardamento sul compound, Teheran ha oscillato tra smentite e silenzi, mentre Washington e Tel Aviv parlavano apertamente di “eliminazione” della Guida. Il ministero degli Esteri iraniano ha inizialmente assicurato che Khamenei e il presidente erano “sani e salvi”, ma nessuna immagine o video della Guida è stato diffuso nelle ore successive agli attacchi.

La svolta è arrivata la notte tra il 29 febbraio e il 1 marzo, quando il Consiglio supremo di sicurezza nazionale e i media di Stato hanno riconosciuto la morte del leader, annunciando 40 giorni di lutto e una settimana di chiusura nazionale. L’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, ha parlato di un vero e proprio “massacro familiare”, riferendo che nell’attacco sarebbero rimasti uccisi anche una figlia di Khamenei, il genero, un nipote e una nuora.

Nel frattempo, nelle strade di Teheran si è vista la frattura profonda del Paese: da un lato i cortei organizzati dal regime con bandiere nere e ritratti del leader, dall’altro i video – circolati sui social – di fuochi d’artificio e clacson nel traffico per celebrare la notizia, con una parte della popolazione che ha accolto la morte della Guida come una liberazione.

La foto del cadavere mostrata a Trump e Netanyahu

Il tassello più sensibile del racconto delle ultime ore di Khamenei arriva da Israele. Due emittenti televisive, Channel 12 e Kan, avevano già riferito mesi fa di una fotografia del corpo della Guida suprema mostrata al presidente Donald Trump e al premier Benjamin Netanyahu, scattata dopo il recupero del cadavere tra le macerie del compound. Quelle indiscrezioni, allora non confermate da Teheran, sono state riprese in queste ore dai media israeliani come prova ex post del successo dell’operazione di decapitazione del vertice iraniano.

Secondo queste ricostruzioni, i servizi israeliani avrebbero recuperato il corpo o parti di esso dal sito bombardato, documentando fotograficamente le condizioni della salma prima di condividere il materiale con i vertici politico‑militari di Washington e Gerusalemme. Fonti ufficiali statunitensi non hanno diffuso pubblicamente la foto, ma Trump ha definito la morte di Khamenei “giustizia per il popolo iraniano” e “la più grande opportunità per gli iraniani di riprendersi il loro Paese”.

Teheran, dal canto suo, non ha mostrato alcuna immagine ravvicinata del corpo, limitandosi ai funerali ufficiali e alle immagini di repertorio del leader, una scelta che alimenta ulteriori interrogativi sulla gestione interna della notizia e sulla lotta per il controllo del racconto simbolico della morte della Guida.

La successione e il vuoto di potere

Con la conferma del decesso, si apre la fase più delicata: quella della successione alla guida del sistema velayat‑e faqih. Khamenei aveva predisposto, almeno sulla carta, una serie di “livelli di successione” per assicurare la continuità del regime in caso di attacco esterno, individuando possibili eredi e scenari di transizione.

Il Consiglio degli esperti dovrà ora riunirsi per scegliere la nuova Guida suprema, in un contesto segnato dalla pressione militare esterna, dalle divisioni tra Pasdaran e clero tradizionale e da una società consumata da anni di crisi economica e proteste. Un alto funzionario della sicurezza ha già fatto sapere che il “processo di transizione” inizierà in questi giorni, un messaggio pensato per rassicurare le élite interne e i partner regionali sul fatto che il sistema, almeno formalmente, resta in piedi.

Allo stesso tempo, i Pasdaran promettono una risposta “senza precedenti” contro basi americane e israeliane nella regione, legando la vendetta per Khamenei alla sopravvivenza stessa della Repubblica islamica. La morte della Guida, nata dal raid sul suo compound e suggellata dalla foto del corpo circolata ai massimi livelli dei governi nemici, diventa così l’atto d’accusa e insieme il manifesto di una nuova fase di guerra aperta tra Teheran e il fronte USA‑Israele.

 

LEGGI ANCHE