L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran ha raggiunto un punto di rottura, trasformando mesi di tensioni politiche, militari e diplomatiche in un conflitto aperto. Gli attacchi del 28 febbraio rappresentano l’esito di una lunga sequenza di avvertimenti, negoziati falliti e mosse strategiche contrapposte, inserendosi in un quadro regionale già segnato da instabilità e precedenti scontri. La crisi attuale riporta al centro il nodo del programma nucleare iraniano e apre interrogativi profondi sulle conseguenze politiche, militari e umanitarie per il Medio Oriente.
Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato, il 28 febbraio 2026, attacchi contro l’Iran. L'azione militare dei due paesi è arrivata dopo settimane di escalation tra Washington e Teheran.
Gli attacchi erano diretti verso diversi obiettivi e hanno colpito missili balistici e piattaforme di lancio iraniane, considerate da Israele una grave minaccia per la propria sicurezza.
Il presidente americano, Donald Trump, ha confermato i raid in un video pubblicato su Truth Social e ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno dato il via ad una campagna militare "massiccia e continua" in Iran, "per impedire a questa dittatura radicale e malvagia di minacciare l'America e i nostri interessi fondamentali per la sicurezza nazionale", aggiungendo:
Ma come si è arrivati a questo punto?
Il presidente americano aveva minacciato l'Iran, nel mese di gennaio, di lanciare attacchi, mentre erano in corso proteste diffuse contro il regime. Successivamente, l'amministrazione statunitense ha rivolto la sua attenzione al programma nucleare iraniano, da tempo punto di disaccordo tra Washington e Teheran.
Gli Stati Uniti e Israele accusano l’Iran di cercare di sviluppare segretamente l'arma nucleare. Teheran, invece, respinge le accuse e sostiene che il programma nucleare abbia finalità pacifiche.
Mentre la questione resta aperta, le delegazioni americane e iraniane hanno tenuto nel mese di febbraio tre cicli di colloqui sul nucleare, con la mediazione dell’Oman. Gli ultimi colloqui si sono svolti il 26 febbraio. Parallelamente, nelle ultime settimane, l'amministrazione statunitense ha avviato un massiccio dispiegamento militare nella regione.
Trump aveva affermato il 27 febbraio che gli Stati Uniti non avevano preso una “decisione definitiva” su un eventuale attacco all’Iran; tuttavia, aveva aggiunto di "non essere soddisfatto" della posizione negoziale iraniana durante i colloqui.
In una dichiarazione rilasciata nella mattinata del 28 febbraio, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato uno "stato di emergenza speciale e permanente" in tutto il paese. Tel Aviv ha lanciato attacchi definiti “preventivi” contro l’Iran.
Le forze israeliane hanno annunciato che l’Iran ha lanciato attacchi di rappresaglia.
Resta il ricordo della Guerra dei 12 giorni, quando Israele e gli Stati Uniti hanno preso di mira gli impianti nucleari iraniani nel giugno 2025.
Dopo gli attacchi, Trump ha esortato gli iraniani a sfruttare il momento per rovesciare il regime del paese:
Secondo NetBlocks, un'agenzia di monitoraggio di internet, dopo gli attacchi l’Iran è sottoposto ad un blackout della rete.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ringraziato l'amministrazione statunitense:
"È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano - i persiani, i curdi, gli azeri, i baluci e gli ahwazi - di liberarsi dal giogo della tirannia e di creare un Iran libero e pacifico”, ha affermato Netanyahu in un appello simile a quello di Trump.