Ci sono registi che sembrano creare interi universi. Christian Petzold, invece, costruisce soglie, confini, ponti di passaggio che i suoi personaggi si ritrovano costretti ad attraversare per continuare a esistere. Nelle sue sceneggiature, spesso scritte in collaborazione con il collega Harun Farocki, gli eventi più traumatici vengono raccontati con uno stile intimo e minimalista, quasi nella rassegnazione e nel gelo emotivo, come se quelle ferite metaforiche passassero di fianco ai protagonisti. E invece la giusta chiave di lettura per le sue opere è che il dramma non è struggimento, ma il punto di partenza per la rinascita. E Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura, in questo non è da meno.
Laura (Paula Beer) è una giovane donna tedesca, studentessa di pianoforte a Berlino, afflitta dalla consapevolezza che il rapporto col suo fidanzato forse è giunto al termine. Durante un fine settimana di vacanza fuori città tra le campagne tedesche, un brusco incidente d’auto stroncherà la vita di lui, ma non di lei, che sopravviverà all’impatto. Subito soccorsa da Betty (Barbara Auer), una signora che vive in una villetta poco distante dal luogo del sinistro stradale, Laura si ritroverà a passare qualche tempo ospite in casa di lei.
Ebbene, pur partendo da un grave lutto, è come se l’elaborazione di esso all’interno delle giornate di Laura non esistesse. Anzi, man mano che il film si sviluppa il suo ruolo centrale si sposta, divenendo sempre più un mezzo vivente di accettazione e guarigione per la coprotagonista Betty, che a sua volta pare non aver mai elaborato la perdita di una persona a lei molto cara. E non solo, Laura dopo la morte del compagno sembra superare in modo silente quella depressione che la stava attanagliando. Laura e Betty, nella loro nuova quotidianità, stringono in silenzio un sodalizio che diventa cura per entrambe. Finanche quando il recente idillio viene interrotto dall’ingresso dell’ex marito e del figlio di Betty, Laura poi diverrà il collante per riunire quella famiglia di estranei nella quale è piombata all’improvviso.
I personaggi dell’undicesimo lungometraggio di Petzold non si raccontano al pubblico a voce alta e neppure fra di loro, dialogando di rado e rimanendo sempre un passo indietro al varco delle loro coscienze. L’ambiente bucolico e la fotografia che rimanda un po’ agli ’70 fanno da giusta cornice a una pellicola che affronta con delicatezza i patimenti più reconditi dell’anima. Se devo però fare un appunto, l’ho trovato gradevole, ma poco incisivo. 3.4 stelle su 5.