25 Feb, 2026 - 11:30

"Rental Family": ritorno al cinema per Brendan Fraser

"Rental Family": ritorno al cinema per Brendan Fraser

C’è un momento, in Rental Family, in cui il protagonista resta immobile sulla soglia di un appartamento che non gli appartiene. Non è casa sua, non è la sua famiglia, non è la sua vita. Eppure, per qualche ora, dovrà abitarla come se lo fosse. È in quell’esitazione minima – un respiro trattenuto prima di entrare in scena – che il film della cineasta giapponese Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki, trova il suo centro emotivo.

Col ritorno sul grande schermo dell’attore Brendan Fraiser nei panni del protagonista Phillip, attore americano in difficoltà che lavora per un’agenzia di “famiglie a noleggio” a Tokyo, Rental Family non racconta soltanto una storia di solitudine urbana. Racconta qualcosa di più scomodo: la possibilità che le relazioni più autentiche nascano dentro una finzione dichiarata. Phillip viene ingaggiato per essere un padre premuroso, un compagno affidabile, un invitato rispettabile. Il suo compito è performativo, imparare dettagli biografici, memorizzare date, riprodurre affetto credibile. Ma il film non insiste mai sull’inganno; insiste piuttosto sulla cura.

Hikari costruisce la messa in scena attorno ai gesti minimi. Le mani che si sfiorano esitanti, lo sguardo che resta un secondo in più del necessario, la postura rigida di chi sa di non poter sbagliare battuta. La macchina da presa si mantiene a distanza ravvicinata ma non invasiva, come se rispettasse il pudore dei personaggi. Non c’è mai un compiacimento melodrammatico, il dolore è trattenuto, filtrato. Fraser lavora per sottrazione. Il suo volto, segnato e vulnerabile, diventa superficie su cui passano micro-emozioni quasi impercettibili. È un’interpretazione che vive di pause più che di parole. E in questa economia espressiva si avverte una consapevolezza metacinematografica: un attore che interpreta un uomo che interpreta un padre. Una tripla stratificazione che trasforma il film in una riflessione sottile sulla natura stessa della recitazione.

La città non è mai cartolina. Tokyo appare come un organismo ordinato e indifferente, fatto di interni ordinari, corridoi anonimi, ascensori silenziosi. Hikari evita l’esotismo e preferisce spazi quotidiani, quasi neutri, dove la tensione emotiva può emergere senza distrazioni. La fotografia predilige toni naturali, desaturati. Gli interni sono illuminati con luce morbida, spesso laterale, che disegna ombre leggere sui volti. Gli esterni notturni, invece, introducono una freddezza cromatica che amplifica il senso di isolamento. È un contrasto sottile tra il calore simulato delle relazioni “a contratto” e la freddezza oggettiva del mondo esterno. Il montaggio è misurato, quasi contemplativo. Le scene respirano. I silenzi non vengono riempiti da musica invadente; anzi, il sound design lavora per sottrazione. Quando la colonna sonora interviene, lo fa con discrezione, come un’eco lontana.

Questo ritmo può risultare lento a uno spettatore in cerca di svolte narrative marcate. Ma Rental Family non è costruito su colpi di scena. È costruito su accumuli emotivi. Ogni incontro aggiunge una sfumatura al conflitto interiore di Phillip: fino a che punto può fingere senza sentire? E quando il sentimento diventa reale, è ancora finzione? Il film tocca un nervo scoperto della contemporaneità: l’idea che l’identità sia una performance continua. Non soltanto in Giappone, dove il fenomeno delle “rental family” è reale e strutturato, ma ovunque le relazioni siano mediate da aspettative sociali. Hikari non giudica i suoi personaggi. Non c’è ironia né denuncia frontale. C’è piuttosto una domanda sospesa: se un legame produce conforto, importa davvero che sia nato da un contratto?

La famiglia, sembra suggerire il film, è forse sempre un equilibrio tra ruolo e desiderio. La forza di Rental Family sta nella sua coerenza stilistica. Regia, fotografia, montaggio e interpretazione convergono verso un unico tono: sommesso, empatico, vulnerabile. Non è un film che urla per essere ricordato. È un film che resta come una presenza lieve. E quando Phillip, alla fine, si trova di nuovo su una soglia – reale o simbolica – lo spettatore comprende che il vero conflitto non era tra verità e menzogna. Era tra isolamento e connessione. In un’epoca in cui tutto sembra performato, Rental Family osa suggerire che anche la finzione, a volte, può contenere una forma di verità. Non assoluta, non pura, ma sufficiente.

Concludendo con una riflessione: se il fenomeno delle famiglie a noleggio, nato negli anni ’90 in Giappone, nel contesto alienante delle grandi città asiatiche, era per noi occidentali qualcosa di incomprensibile, oggi possiamo davvero dire che sia distante dalle nostre necessità? In una realtà globale fatta sempre più di individui soli, dove la nuova normalità consiste nel ricorrere ad app di incontri e altri escamotage virtuali, per cercare qualcuno con cui parlare e o stringere un legame affettivo, l’acquisto a tempo di compagnia è così impensabile? Ed è stata la solitudine ad averci condotto verso usanze disperate o piuttosto, in un sistema capitalistico e disumano, è stata la costante percezione illusoria che tutto possa essere comprato, anche l’affettività, a separarci gli uni dagli altri? Per Rental Family, coccola dolce e commovente, 3,9 stelle su 5.

 

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