Parte dalla Corte di Cassazione di Roma la nuova battaglia di Imma Rizzo, madre di Noemi Durini, la 16enne di Specchia (Lecce) uccisa nel 2017 dall'allora fidanzato Lucio Marzo. Nella mattinata di lunedì 23 febbraio la donna ha depositato insieme all'avvocata Valentina Presicce la proposta di legge di iniziativa popolare che porta il nome della figlia. L'obiettivo è chiaro: abolire i permessi premio per chi si macchia di reati efferati come il femminicidio. Per portare il testo in Parlamento, bisognerà raccogliere almeno 50mila firme.
Noemi aveva appena 16 anni quando, il 3 settembre 2017, scomparve all'improvviso dalla sua abitazione di Specchia. Dopo giorni di ricerche e appelli rimasti inascoltati, Lucio Marzo, che aveva un anno in più di lei, confessò di averla uccisa, indicando agli inquirenti il luogo in cui aveva nascosto il corpo, sotto un cumulo di pietre nelle campagne del Leccese.
L'autopsia avrebbe stabilito che la ragazza era stata prima picchiata, poi accoltellata e infine sepolta mentre era ancora viva. Il 4 ottobre 2018, il Tribunale per i Minorenni di Lecce condannò l'allora fidanzato a 18 anni e 8 mesi di reclusione con rito abbreviato. Nel 2019 la sentenza fu confermata in Appello, diventando definitiva dopo la pronuncia della Cassazione.
L'iniziativa legislativa presentata nasce dal modo in cui è stata eseguita la pena. "Il 10 agosto 2023 abbiamo scoperto che Marzo era stato fermato in Sardegna alle cinque del mattino, ubriaco alla guida di un'auto. Era in permesso premio", spiega l'avvocata Presicce, che assiste i familiari della vittima.
"Dopo quell'episodio, abbiamo presentato un'istanza al Ministro della Giustizia, chiedendo che venisse trasferito in un carcere per adulti. Cosa che in effetti è successa. Volevamo capire però come facesse un soggetto evidentemente ancora pericoloso per la società a girare indisturbato, di notte, senza alcun controllo", aggiunge.
Hanno così avviato accertamenti sui benefici che gli erano stati concessi negli anni precedenti. "La lettura di quasi 300 pagine di permessi ha fatto sprofondare la famiglia nell'ennesimo dolore", afferma l'avvocata. "Per non parlare del fatto che il primo gli è stato concesso nel 2020, a un anno dalla condanan definitiva".
Da qui la decisione di lavorare a una proposta di legge per far sì che chi si macchia di reati gravi come il femminicidio non abbia accesso a premi. "Non si tratta di mettere in discussione l'articolo 27 della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena - spiega Presicce - ma di tenere conto anche del diritto delle vittime e dei familiari di vedere l'assassino scontare una pena realmente commisurata al reato commesso".
Alle sue parole hanno fatto eco quelle della madre della giovane, Imma Rizzo. "Il 3 settembre saranno passati nove anni da quando mia figlia non c'è più e noi sentiamo di non aver ancora ottenuto giustizia", dice amareggiata. Affinché il testo possa approdare in Parlamento, bisognerà raccogliere almeno 50mila firme. "Sono determinata - conclude Imma - Per mia figlia, per tutte le donne che come lei non ci sono più e per le mamme che per il dolore fanno fatica anche ad alzarsi da una sedia".